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Full text of "La Erizia : tragedia nuova"

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'-r  i M 


L A 

E RI  Z I A 

TRAGEDIA  NUOVA 

DEL  CONTE 


STEFAlSiO  CAPI.I 

Dedicata  alU  Signori 

De  VOLTAIRE,  e ROUSSEAU. 


IN  VENEZIA  , MDCCLXV. 

Con  Lken‘:^a  de  Superiori. 


Digitized  by  thè  Internet  Archive 
in  2017  with  funding  from 
Getty  Research  Institute 


https://archive.org/details/laeriziatragediaOOcarl 


MIEI  SOCJ. 


IO  pure  ho  premuti  t fajfi  delle  Città  pic^ 
cole ^ delle  mediocri^  e delle  principali 
del  Mondo.  Sojìenni  gelojì^  ed  importanti  Im- 
pieghi . Fui  utile  alle  Società . Fion  ebbi  mal 
rimorfo  alcuno  delle  mie  direTnoni  .^perchè pro- 
venienti da  ragionevoli  principi . Efaminai  lo 
flato  di  qualunque  condizione  di  perfona^  e le 
fue  relazioni  . In  ogni  luogo  vi  trovai  ana- 
logia., e uniformità.  Perchè  gli  effetti  del  mio 
penfare  non  viddi  mai  corrifpondenti  a quelli 
che  fucle  in  oggi  produrre  l' umana  Società  i 
fui  corretto  d' intraprender  quella  rifai uz^one  ^ 
cui  qualunque  Saggio  fi  determina . 

Eccomi  addunque  anelo  io 


Nel  mezzo  del  cammin  di  noflra  vita 
annoverato  fra  i Solitari . E'  vero  che  tale 
fato  ripugna  alle  Dedicatorie  : ma  ferivo  a 
Voi  la  prefente  perché  mi  conf  doriate  uno  de 
vofrl  Soci  ‘ e per  ajftcurarvì  del  compiacimen- 
to mio  per  gli  effetti  che  traggo  dal  fempU- 
ce,  e naturai  modo  di  vivere.  Voi  foli  avete 
il  gran  merito  , che  col  mezzo  della  Ra- 
gione fquarciafìe  il  fntalijfmo  velo  , In- 
ternandovi nelle  piu  recondite  leggi  della 
Natura^  fcuoprife  l' effer.,  e l/i  vera  coflitu- 
ffione  deir  Uomo  . La  eterna  ^ e fomma  cagìo- 


A 2 ne 


7te  delle  cofe-  deve  ejfer  In  tutù  gli  Enti  fem^ 
pre  eguale^  e cofìante  . Se  nella  fpe':i:;ie  urna-- 
ria  vi  Jì  fcorge  volubilità  , incojìan'ga  ^ ed  aU 
tera'^Qne  y cib  proviene  , perchè  dai  motivi 
della  Società  /’  Uomo  Jì  rijolve  ne’  fuoi  giudù 
cj  : per  il  che  jatfìlijfime  conjcguen'ze  deve 
qualunque  Stato  jocievole  necejfariamente  prO’‘ 
durre . Sicché  Je  la  Società  come  figlia  dell’  c- 
pinione  , e della  pajfione  altro  non  è che  uno 
Saio  di  guerra:  la  Solitudine  come  figlia  deU 
la  Natura  , e della  Ragione  ejfierlo  dovrà  di 
pace.  Che  tale  fia  Voi  cogl’  immortali  vofiri 
fcritti  n’  e fponejì  e le  più  vive  dimofìraTaonl 
quali  dal  fatto  ^ e dall'  efperten"ga  nofira  ven- 
gono chiaramente  confermate . 

Ho  teffiuta  la  prefente  "Tragedia  in  qualche 
ora  di  ogit>  ^^ti  permettevano  le  mie  occu- 
pazioni . A Voi  la  indivi'tggp , perchè  maggior- 
mente mi  crediate' 


Da  Capo  d’ IJì ria  ai  2p.  di  Maggio  17 6 


Vojlro  Fedelìfifimo  Socio 

Stefano  Carli, 


SIg,  Conte  Stliììatiffimo  t 

Le  fono  infinitamente  obbligato  della  gentilez- 
za ufatami  nel  volere  , eh’  io  fia  il  primo  d’ 
©ani  altro  a leogere  la  fua  Erizia  . L’ ho  letta 

O ^ Do 

•non  folo  una  volta*  ma  due  con  molto  piacere. 
L’orditura  è regolata,  e lo  ftile  adattatiffimo  al 
componimento  . Sopra  tutto  mi  parvero  nuovi  i 
coflumi  Turchefehi , da  lei  molto  bene  intefi  , c 
dipinti.  Lo  fcioglimento  poi  è uno  de’  piu  pie- 
ni d’orrore,  ch’io  mi  ricordi  d’aver  letti  giam- 
mai , In  fomraa  io  non  fo  qual  dubbio  la  riten. 
ga  dal  pubblicarla.  Noi  abbiamo  in  Italia  bifogno 
di  Tragedie  piu  che  d’ogni  altra  compofizione  . 
Q_uefl:o  fecolo  nel  fuo  principio  ne  diede  alquante 
di  buone, e appreffo  gl’ingegni  ceffarono  affatto.  Può 
effere  , che  la  Itia  Erizia  dalli  qualche  perfona  a 
gareggiare.  Sicché  non  volendola  ella  pubblicare 
per  averne  quella  gloria,  che  merita  , Io  faccia  al- 
meno  per  far  quello  bene  a’  noflri  tempi  . Oh 
quanti  nobili  argomenti  fomrainillrerebbe  la  Sto- 
ria  Veneziana  , le  foffero  fcelti  e trattati  da  in- 
telletti Tuoi  pari  ! Intanto  fuperi  ogni  fuo  timo- 
re, e dia  la  Tua  Tragedia  alla  luce,  eh’ io  atten- 
derò con  impazienza  il  punto  di  poterla  avere  fra 
le  mani  a mio  volere,  Iperando  , che  ognuno  la 
vedrà  volentieri  quanto  io , che  fono  pieno  di 
vera  flima,  e affetto 

Di  lei  Sig.  Conte  fiimatiffimo 

Venezia  i.  Dicembre  l’jéo. 

Amico  , e fervidor  vero 
Gafpavo  , 

A 3 %. 


"Sìg.  Conte  Stimatìjfimo . 


ECco  finalmente  alla  pubblica  luce  la  mia  T^a» 
gedia  . Quefta  per  varie  combinagioni  dovette 
circa  quattr  anni  Jlar  in  grembo  dell'  obbììo . Ma  il 
tempo  vorace  dijlruggitore  delle  umane  cofe  difgom- 
brata  quella  fcrupolofa  nebbia  che  non  ardifce  opporjì 
irgli  animi  forti  y ora  trionfa  allo  fplendor  della  ragio~ 
ne»  Pochi  fon  quelli  che  [appiano  in  che  quefta  confi 
fla  : uè  è si  facile  un  giuflo , c retto  combinar  d'i^ 
dee . La  maggior  parte  degli  Uomini  già  penfa  rela- 
tivamente  al  fenfo  predominante^  e alla  prevenzione 
Ella  prima  degli  altri  legger  la  mia  Erizja  dove- 
va ; perch'  Ella  più  degli  altri , non  d' appajfionato 
motivo  di  focietà  , ma  da  naturale  impulfo  di  ra- 
gionevole difpofizjone  fi  determina  nel  giudicar  delle 
cofe  . lo  filmo  ognuno , che  pnffeggia  fui  monte  [acro 
alle  Mufe  : ma  ammiro  molto  pih  chi  vi  va  per 
ifcuoprir  gli  arcani , e /’  effen^a  della  Natura , che 
non  è per  refpirar  aura  di  Zefiro^  o a coglier  fiori. 
V aver  io  avuta  la  forte  di  fentirla  ragionare  fo- 
pra  qualunque  fona  di  Poefia  ; le  immortali  fue  (9- 
pere  che  fervir  dovranno  d' efempio  agli  Uomini  di 
fenno  ^ e di  difcernimento  ; e le  particolari  qualità  ^ 
di  cui  s'  adorna  il  bell'  animo  fuo  y fono  argomenti 
ben  forti  perchè  pieno  di  fìima , e d'  affetto  mi  di- 
chiari 

Da  Capodifiria  ai  ip.  di  Maggio  1^6$. 

Di  Lei  Sig.  Conte  flimatiffimo 


Cordialifflmo  Amico  e fervìtore 
Stefano  Carli . 

AR. 


ARGOMENTO. 


NEH’ anno  Sultan  Meemet  Impe- 

rator  de’  Turchi  fi  trovava  con  grof- 
fo  Efercito  nella  Morea  contro  de’  Vene- 
ziani . Paolo  Erizzo  era  alla  difefa  della  Cit- 
ta di  Calcide  , la  quale  più  volte  dagl’  ini- 
mici, che  ne  tentarono  Taflalto,  gloriofa- 
mente  fi  difefe  : Ma  di  guerra  mancato  o- 
gni  foccorfo,  dovette  mileramente  foccom- 
bere  . L’ Erizzo  caduto  fchiavo,  fu  per  co- 
mando del  Sultano  fegato.  Cadde  fchiava 
anche  Anna  fua  figliuola  [ a cui  nella  Tra- 
gedia do  il  nome  di  Erizia  ] giovinetta  , 
di  vago  afpetto,  e nubile.  Il  Gran  Sultano 
di  quefta  s invaghì  : ma  veggendola  , ad 
onta  di  varie  fue  lufmghe,  fempre  inflef- 
fibile  , ed  aliena  dal  compiacerlo  ; can- 
giato r amore  in  odio  , l’ inclinazione  in 
inimicizia  , fvaginata  la  fciabla  , in  un 
colpo  l’ atterrò  [ a ] . 

Per  dar  maggior  intreccio  alla  Trage- 
dia , fi  finge  che  in  Calcide  vi  foffe  an- 
che un  certo  Lucio,  il  qual?lnna  prender 
doveffe  per  Ifpofo. 


[ a ] Sagr.  Memor.  Star.  dé‘  Monarch.  Ottom.  pag.  77. 
Ediz.  Veneta. 

A4 


PERSONE  DELLA  TRAGEDIA, 


Erizia,  Figlia  di 
Erizio  , Rettor  di  Calc’de  <» 

Lucio  , Spofo  di  Erizia . 

Silvia  , Amica  di  Erizia  . 

Euriso  , Capitan  di  Guardia  ^ 

Messo  , 

Meemet,  Gran  Signor  de*  Turchi  sé 
IbraiM  j Primo  Vifir. 

OsMAN,  Capo  de’  Spai. 

Aisse*  , Favorita  del  Gran  Signore . 
Fatima,  vecchia  Cuftode  del  Carèm^ 

La  Scena  fi  rapprefenta  in  Cakide , 

m 


AT- 


» 


9 


ATTO  PRIMO. 

.SCENA  PRIMA. 

Eri^ia  , e Silvia , 

Erix^.  tutti  i miei  penfier,  Silvia  diletta, 
^ Che  funefti  la  mente  mi  ricerca 
Svelare  in  quello  giorno  io  ti  poteffi  • 

Ai  detti  miei  non  prefterefli  fede  ; 

E quindi  avvien  che  quando  il  grave  fonno 
Improvvifo  m’  affale  , oppreffa  , e vinta  ' 
Dal  gran  dolor,  che  in  fen  l’alma m’ ingombra, 
Mi  fan  Tempre  fognar  fantafmi , e orrori . 

Sì  con  ragion  la  Madre,  ahi  cara  Madre! 

I miei  German  , gli  altri  Congiunti,  e Amici, 
Tutti  tutti  piangeano  amaram.ente 

Quel  gran  giorno  fatale  , in  cui  lafciai 

II  patrio  tanto  defiato  lido, 

Seguendo  il  genitor  , l’amato  Spofo 
In  quello  ora  cotanto  afflitto  fuolo . 

Sin  da  quel  dì , che  agili  tutte , e pronte 
Sciolfer  da  l’ Adria  , e dier  le  vele  al  ventò 
Le  noftre  Navi , incominciar  miei  guai . 

Nè  ancor  potei  trovare  alcun  conforto , 

Che  m’  alleViaffe  in  parte  il  mio  dolore , 
Ch’  oltre  ’l  coftume  oggi  mi  affanna  , e opprime^ 
Silv,  Io  tutto , Erizia  mia  , io  tutto  intendo  ; 
E quella  , che  procacci  io  fo  qual  fia 
A quelli  tuoi  martiri  efca  novella  . 

E’  vero , è ver , che  a un  rio  farai  periglio 
Oggi  il  Trace  crude!  tutti  ci  efpone  , 
Contro  quelle  venendo  inclite  Mura. 


Ma 


IO 


Atto 


Ma  ti  confola.  Il  gran  valor  de’noftri 

Non  teme  no  quell’  Ottomano  orgoglio  , 

Che  da  loro  più  volte  e domo  , e oppreflb 

Vedefti  in  quelle  terre,  e in  altre  ancora. 

A noi  nulla  ci  manca  : e sii  Affediati 
• • ® • 

Ripulferanno  con  onor  gli  affalti . 

rr/V.  Ahi  Silvia,  Silvia!  La  natura,  oh  come! 

Or  debile  mi  fprona  a le  fue  leggi . 

Cofa  non  v’  è che  più  fottrar  mi  pofla 

A quel , che  sì  m’ affligge , e me  trill’  ange. 

In  quello  giorno  il  mio  turbato  cuore 

Troppo  mi  prefagifce  un  mal  futuro. 

Non  più  vedermi  il  Genitore  accanto 

Ora  mi  par:  Nè  le  gradite  Nozze 

Stabilirfi  con  Lucio  , il  qual  per  Spofly 

Il  Ciel  mi  deflinò . Ma  tra  catene 

Miferamente  ambo  mirarli  avvìnti  : 

E pofcia  il  genitor , oh  Dio  ! che  manco- 

Solo  in  penfarci  ; in  facrificio  efpollo 

Barbara,  e orrenda  vittima  fpietata 

Piombare  al  fuol  nel  proprio  fangue  intrifo: 

Ed  io  lafciata  a l’ inimico  in  preda  , 

Seguir  del  padre  il  lacrimevol  fcempio. 

Silv,  Quel  che  nel  fen  pel  genitor  tu  ferbi 

E per  lo  Spofo  tuo  collante  affetto 

E*  la  fola  cagion  del  gran  timore. 

Che  in  te  rifveglia  sì  funefte  idee  . 

Si  fperi  il  ben  : nè  tua  ragione  ingombri 

Alcun  fuppofto  incerto  mal  futuro  . 

Etìt^,  Ah!  che  per  me  altro  ben  no,  non  vegg’io, 

Che  quel , che  ritrovar  polfo  nel  pianto  . 

Volle  guidarmi  in  quella  terra  il  Cielo 

Per  mio  fatai  , per  mio  cfudel  dellino  . 

Silv.  Quello  ancor  non  puoi  dir.  Poiché  non  fai 

Quan- 


P R I M O . 


II 


Quanto  felici,  e lieti  effer  potranno 
In  Calcide  i tuoi  giorni . Eri^.  Aimè!  vorrei 
Che  tu  diceflì  il  ver.  Ma  raro  avviene, 

Che  non  s’avveri  quel,  che  il  cor  mi  dice. 
Silv,  Orsù  non  vò  che  più  nelduol  t’immergi. 
Lucio  ti  fgombri  in  quefto  giorno  1’  alma 
Da  SI  crudeli  orrori*  e fia  l’oggetto 
Di  nuovi  altri  penfier . Lucio  potrebbe 
In  gran  parte  addolcir  gl’  alfanni  miei . 

Tu  fai  pur  , eh’  ambo  in  Calcide  venimmo 
Perchè  qui  giunti  appena  i noftri  voti 
Preifo  del  Genitor  folfer  compiuti . 

Silv,  E’  vero  , e quelli  oggi  efeguir  fi  denno  . 
Per  te  dunque  adoprarmi  ora  vogl’  io  , 

Come  per  me  medefma  oprar  doveffi . 

Tolto  men  vo  da  Erizio  , e con  tai  fenfi 
L’ efporrò  il  defir  tuo , che  ben  ne  fpero 
Il  mio  parlar  non  fia  già  fatto  indarno . 
Eri^f  Tutto  nella  tua  fè,  Silvia,  ripongo. 

Silv.  Lafcia  ogni  cura  a me,  Er.  Frattanto  io  vado 
A pafeermi  di  fpeme , e di  dolore 
Là  nelle  ftanze  mie,*  ove  ti  priego 
Sollecita  portarne  a me  la  nuova  . 

Addio , Silvia , ti  lafcio . Silv,  Erizia , addio , 

SCENA  IL 

Silviii . 

A Hi  ! quanto , e con  ragione  anch’io  com- 
Lo  fiato  miferabile  infelice  ( piango 
Di  quella  del  mio  cor  più  cara  Erizia  . 
Ella  pur  troppo  i cafi  avverfi , e rei, 

Mercè  un  certo  deftin,  tutti  prevede. 


Io 


il 


Atto 


Io  che  fin  dalle  falce  ognor  collante , 
Siccome  indiflblubiJe  catena 
Fida  ieal  le  fai  , fincet'a  amica  ^ 

So  che  fempre  le  fu  Icorta  fedele 
L’  alma  ragion . Nè  palìlone  intana 
Tentò  quel  chiaro,  e bel  raggio  di  lucé 
Olfufcarle  giammai  . Se  in  oggi  tanto 
Senfibile  fi  moftra  oltre  ’l  coftume  ; 

Tutto  puote  avvenir  ciò,  che  prevede 
In  sì  funefte  circoftanze  piene 
D’  orrore,  di  fpavento  , e di  periglio* 

Io  che  non  ho  gii  oggetti  fuoi  prefenti 
Di  Spofo  , e Genito!'  ambo  diletti  , 

Che  raddoppiar  mi  facciano  il  dolore  , 
i fuoi  gravi  martir  , quanto  pois’  io, 

Vò  fcacciarle  dal  fen  . Ond’  ora  il  piede 
Da  Erizio  io  vol^o  a foddisfar  1’  imnegno  * 
Ma  opportuno  ei  medefmo  or  qui  fen  viene, 

SCENA  IIP. 

Evi'^o  5 con  guardi  ? , e Detta  * 

^Ilvia  j cos’ è ? La  figlia  mia  vederti? 
Silv.  L J Signor,  noi  fummo  fin  fra  poco  inlieme. 

Ella  faprà  che  pria  che  il  Sol  tramonti , 
Tutti  faremo  o vincitori,  o vinti* 

Silv.  Ah  ! sì , pur  troppo  il  fa  • e un  freddo  orrore 
Tutte  fi  fente  ricercar  le  vene* 

E per  le  vaghe  fue  gote  vermiglie , 

Dagli  occhi  ognor  le  gronda  amaro  il  pianto. 
Ma  fra  tante  fue  angofcie  , e tanti  affanni  , 
Quello  da  Te  1’ afflitto  cor  defia. 

Che  può  in  parte  temprare  il  fuo  dolore. 

Eri'^. 


I 


Primo. 


Eri^.  Io  molto  feci  , io  molto  oprai  per  lei . 

L’  effer  non  è di  un  vero  Padre  il  folo 
Aver  de  figli . E'  quella  una  tal  Legge , 
Che  comun  diè  Natura  anche  alle  fiere  . 

Ma  amarli  per  ragion  , e gloria  , e onore 
Imprimer  nel  cuor  loro , e in  tale  fiato 
Lafciarli  di  fortuna , e di  virtude  , 

Che  morto  ancor  fia  lor  di  efempio  il  Padre* 
Quelli  gli  oggetti , e i dover  nofiri  fono , 
Sai  che  giammai  la  figlia  mia  lagnofli 
Di  me  : Nè  io  mai  motivo  alcun  le  diedi. 
Che  1’  alma  le  premefl’e  amara  doglia . 
Troppo  crudel  farei  fe  in  quello  giorno 
A’  luoi  defiri  opporre  io  mi  volefii. 

Elfer  non  può  che  giufia  cola  , e onefia 
Quella  ch’ella  ricerca,  e Tu  m’impetri. 
Parla  , che  vuol  da  me  ? Silv.  Prima  che  vada 
A tuffarli  nell’  onde  il  chiaro  Sole  , 

Vorrebbe  unirfi  al  defiinato  Spolo . 

Eri'^.  Quello  è quel  ch’i’defio.  Va  dunque,  dille 
Che  lieta  fi  difponga  a le  fue  Npzze  • 

Che  or  ora  feguiran  . Farommi  intanto 
Lucio  chiamar , perchè  le  dia  la  mano. 

Silv.  Non  frappongo  dimora  a sì  gran  nuova  . 
Ohi  quanto  or  fia  men  greve  il  duol  di  Erizia, 

SCENA  IV. 

Brillio  y indi  Lucio . 

Erii^. y fia  pronto  il  Sacerdote  al  Tempio, 
Si  accendano  le  faci , e 1’  aria  tutta 
Empian  graditi  fuoni , e fcielti  fumi  • 

E di  mia  Figlia  l’Immeneo  fefieggi 


Ivi 


14 


Atto 


Ivi  raccolta  lieta  Turba  intanto: 

Propizio  il  Cielo  il  facro  patto  adempia. 
Ma  prima  a me  fi  chiami  il  prode  Lucio,  (a) 
Se  lungi  dalla  patria , e da’  parenti 
Volli  meco  condurre  in  quella  terra 
Ambo  gli  Spofi  , e defiai  me  ftefib 
Seco  loro  trovarmi  il  dì  folenne 
Di  quelle  sì  gradite  , e care  nozze  j 
Si  compia  al  fine  un  sì  comun  defio. 

Lue,  Signor,  che  vuoi?  ad  ubbidir  tuoi  cenni 
Eccomi  pronto . Eri'^.  E’ tempo , è tempo  ornai 
Ch’ora  di  me,  Lucio  diletto  e caro, 

Odi  la  voce , e che  il  tuo  cor  componi 
A udir  quelli  eh’  or  fciolgo  d’  amor  pieni , 
E forle  ultimi  accenti . Il  Trace  ormai 
Cuopre  piani , e colline , un  tempo  grato , 
Or  funelìo  fpettacolo  agli  fguardi 
Di  Grecia  tutta  . Egli  a la  fine  afeefe 
Sul  monte , che  s’ innalza , e fignoreggia 
Sopra  r Eubea  e più  fopra  di  quella 
Da  me  retta  Cittade  . In  man  de’  Numi 
Sta  r efito  de  l’ armi  : e a noi  non  rella 
Altro  ajuto  a fperar . Le  amiche  Navi 
Hanno  a pugnar  col  Mare  infido  , fatto 
A loro  afpro  nimico . Ormai  vien  meno 
In  Calcide  il  vigor  ; e ormai  fi  annienta 
Ogni  fpeme  ne’  cor . A qual  dellino 
Io  fia  fcelto , noi  fo  . Il  meno  incerto 
E'  quel,  che  può  troncar  morte  i miei  giorni. 
La  cara  Figlia  , oh  Dio  F par  che  mi  dica  : 
Per  me  quella  incontrar  lieto  non  puoi . 

Sai  pur  che  reco  in  quello  Suol  da  1’  Adria 
Io  la  conduffi;  e la  cagion  ne  fai. 

Si 

f a ) Parte  una  guardia  . 


Primo. 


^5 


Si  prevenga  un  gran  mal.  Un  fol  rimedio 
Opportuno  farà  . Pili  non  s’ induggi . 

Or  Tu  che  de’ miei  lumi  a me  pili  dolce 
E più  caro  mi  lei , Tu  folo  puoi 
Rendermi  meno  amaro  il  giorno  eftremo. 
Lue.  Nei  tuo  voler,  Signor,  ftà  il  voler  mio. 
Eri^.  Darai  dunque  a mia  Figlia  ora  la  mano, 
E feco  t’unirai  in  dolce  nodo. 

Lue.  Teco  per  elòqui  venni.  Anzi  andiam  tolto 
Ove  compier  fi  denno  i noftri  voti . 

EriX’  Andiam  pria  dalla  Figlia  , e pofeia  uniti 
Rivolgeremo  verfo  il  Tempio  i paffi  . 

Lue.  Andiamo  , andiam  . Ma  chi  fen  viene  mai 
Verfo  di  noi  si  in  fretta  ? E’  quelli  Eurifo  : 
Confufo  egli  mi  par.  Forfè  dal  Campo 
Qualche  nuova  ne  porta . 

SCENA  V. 

Eurifo  , e Detti . 

Eur.  A Lmo  Signore  , 

Il  gran  Sultan  Meemet  ora  col  folto 
Stuolo  de’ fieri  fuoi  barbari  Traci, 

Tutto  ecchessiando  il  Cielo  al  fuono  orrendo 

OO 

De’  bellici  ftrumenti , e ventilando 
Bandiere , e 1’  arme  lor  tutte  agitando  , 
Empiendo  1’  aer  d’  alti  fragori , e grida  , 
Primo  fen  vien  ver  quelle  mura  intento  : 

E diede  ornai  de  la  battaglia  il  fegno . 
Erì^  S’  ora  il  dellin  così  permette , e vuole  , 
Si  fofpendin  le  Nozze . Olà  , fi  porti 
Alcuno  al  Tempio,  e al  Sacerdote  fia 
Palefe  il  mio  voler  ( a ) . Il  ben  comune 
Dee  preferirli  ad  ogni  ben  privato . 

Un 


( a ) Parte  una  guardia . 


Atto 


TÓ 

Un  vero  Cittadin  deve  mai  Tempre 
Tutte  efporre  pel  fin  del  proprio  Regno  , 

Le  ricchezze , 1’  onor  , la  propria  vita , 

E de’  Figli  il  penfier  fparger  d’  obblio. 

Lue.  Signor,  è ver.  Ne  le  Città  raccolti 
Per  r umano  voler , per  quel  del  Cielo , 
Tutti  fummo  in  virtù  d’ un  ben  comune. 

E qualora  per  forza , o per  inganno 
Cel  contraila  crudel  fiero  nimico , 

Dobbiamo  opporli , e ripulfar  gl’  infiliti 
Sacrificando  ogn’  uno  il  Sangue  ifteflb  . 

Ciò  vuol  natura,  e cel  permette  il  Nume. 
Erix^.  Invitti , almi  Guerrier  , fidi  compagni 
Ecco  ornai  giunto  quel  momento  eftremo. 
Da  cui  pende  I3  mia,  la  gloria  voftra. 

In  voi  deftar  vorrei  1’  almo  nativo 
Chiaro  valor,  che  tante  volte  a 1’  Adria 
Gloriofi  riportò  almi  Trofei* 

Ma  viltà  noi  ricerca , e non  ardire  . 

Tutti  lieti  vegg’io,  e veggio  in  Voi 
Effer  pari  il  coraggio  al  voftro  zelo  . 

So  eh’  un  defio  i cuori  voftri  infiamma 
Di  vincer  d’incontrar  ogni  periglio. 

Su  dunque,  o valorofi , andiamo,  andiamo 
Con  intrepido  cuor  frenare  il  fiero 
Del  fuperbo  Ortoman  barbaro  orgoglio  , 
Con  cui  già  moflb  ha  il  piè  verfo  di  quella 
Chiara  Città  , la  cui  felice  forte 
Solo  dal  volito  invitto  braccio  pende. 

Ma  perchè  in  quello  dì  vieppiù  fecondi 
Sieno  i nollri  comun  defiri  ardenti  / 

Prima  fi  chiami  in  nollro  ajuto  il  Cielo  : 
Che  da  si  buon  principio  avrem  buon  fine. 
Fine  deh'  j^tto  Primo  . 


AT- 


ATTO  SECONDO 

SCENA  PRIMA. 

Si  fannò  fèhtir  vari  fcarichi  di  Artiglieria  . 
Meffo  i 

OH  quali , e quante  in  quello  giorno  a noi 
Ponno  cofe  avvenir  funefte  e atroci! 
Il  barbaro  crudel  fiero  nimico 
piè  ornai  principio  alla  fatai  battaglia 
E temo  sì  , che  non  potranno  i noftri 
'Refiftere  al  furor  del  folto  ftuolo, 

Che  fpiétata  minaccia  ampia  ruina  . 

Quindi  óra  folo  -,  e incognito  dal  lido 
A quella  parte  il  mio  Nocchier  m’invia > 
Affin  di  ritrovare  o Erizia , o Silvia . 

Ch’  egli  in  cafo  d’  alcun  grave  periglio  , 
Colla  fUa  Earca , che  a vicinà  riva 
Si  afcònde  -,  pronto  a lor  darla  lo  fcampo  4 
Però  quella  mi  par  , fe  non  ni’  inganno , 
Ch’ora  fen  vién  verfo  di  me,  una  Donna  > 
Ah!  sì,  ella  è Silvia/  la  conofco  al  volto, 
Ma  . . . . lieta  là  veog’  io  oltra  ’l  ufato  . 

Forfè  ancor  non  faprà  quel  eh’  è di  nuovo . 

SCENA  IL 

1 

ii  ■ . , 

j Silvia  j e Detto  . 

- 

T^Onna  gentil,  ti  fìa  propizio  il  giorno < 
S ilv.  \ J Dimmi  chi  feiPche  vuoi?  cerchi  qualcuno? 

B ^ Mcff, 


Mejf.  Cerco  di  Te,  cerco  di  Erizia  ancora. 
Silv,  Ma  tu  chi  fei  ? Mejjl  Io  fon  Meflb  fedele 
Di  Ariftippo  mio  amico j e a te  ben  noto/ 
Pel  cui  voler  in  fretta  or  qui  ne  vengo  . 
Silv.  Di  quel  Nocchier,  che  in  quello  afflitto  fuolo 
DaH’Adria  ci  condulfe  ? Meff.  Sì,  di  quello. 
Silv.  Ed  ora  dovè  mai  Egli  fi  trova? 

Mejf.  Colla  fua  Barca  a una  vicina  riva  . 

SìlVé  Egli  faprà  che  al  Tempio  or  or  le  nozze 
Celebrar  fi  dovran  tra  Lucio  , e Erizia . 

Già  agli  applaufi  comuni  eccheggia  il  Cielo* 
Mejf.  Ah  Silvia  , Silvia  ! la  ragion  non  fai , 
Per  cui  in  quello  punto  a te  mi  porti  . 
Silv^  Cos’è?dimmi  ti  priego.Me/.Il  tempio  è chiufo. 
E quello  che  fi  fente  alto  rimbombo , 

D’  incominciata  pugna  è certo  il  fegno 
Trà  il  barbaro  Sultano,  e tra  li  nollrr. 
Silv.  Aimè!  Chefento!  Me/.  E tu  nulla  ne  fal^ 

SilVi  Tutto  m’è  nuovo . E perchè  quello  ? e come? 

Deh  ! sì , mi  narra  j Mejf.  Mentre  agli  Sponfali 
Tutto  di  Erizio  era  il  penfier  diretto, 

Sen  venne  Eurifo  ad  annunziarli  in  fretta 
Che  il  fuperbo  Ottoman  già  dato  avea 
Della  battàglia  il  fegno  ; ed  era  giunto 
Vicino  a la  Cittade  * Appena  Erizio 
La  fatai  nuova  udì  j che  volle  tutto 
Sofpender  ciò  ^ che  per  feguir  le  nozze 
Era  già  pronto  ; e pofcia  alTiem  con  Lucio 
Andò  qual  Marte  ad  incontrar  la  pugna. 

Di  quello  già  per  la  Città  fi  parla  ; 

E teme  ognun  crudeli  afpre  vicende  . 

Ora  il  caro  Arillippo  a Voi  mandommi , 
Perchè  fe  a cafo  mai , che  il  Ciel  non  voglia^ 
Al  gran  poter  de’ fieri  arditi  Traci 


Secondo 


Quefta  Città  per  reo  deftin  cadcffe, 

Montar  torto  portiate  in  la  fua  Barca 
Che  non  lungi  da  noi  colà  fi  afconde , 

Pei*  ricondurvi  alnien  falve  a la  patria. 

Silv.  Caro  Arirtippo  mio,  oh  quanto  grate 
Ora  ti  fiam!  Va,  digli,  e te  ne  priego  , 
Di  là  non  parta  , e che  ci  attenda  pronto . 
Mejf,  Dunque  men  vo,  vi  attenderemo , addio. 


SCENA  III. 


Silvia . 


Povera  Erizia!  or  ne  le  Stanze  afpetta 
In  pompa  maertevole  vertita 
Con  lieto  volto,  e con  tranquillo  core, 

Lo  Spofo  , e il  Genitor  , per  girfen  poi 
Colà  nel  Tempio  , in  cui  il  Sacerdote 
Per  unire  gli  Spofi  in  dolce  nodo 
Il  momento  attendea . Quel  gran  momento. 
Per  cui  raflerenato  il  ciglio  avea 
La  mifera  infelice  allorché  il  dolce 
Inafpettato  annunzio  io  le  apportai. 

Ed  or  che  mai  farò  ^ dirle  degg’  io 
Che  in  oggi  più  non  feguiran  le  Nozze? 
Che  il  Tempio  è chiufo,  ed  è fofpefo  il  rutto? 
Che  il  Genitor,  lo  Spofo  è al  gran  periglio? 
Solo  in  penfarci  un  fier  dolor  mi  opprime  . 
Ed  Ella  quando  , eh’  or  tutt’  altro  attende  , 
Querta  udirà  da  me  nuova  fatale, 

Che  mai  dirà  ? Ma  non  sì  torto  ancora 
Tutta  perder  dobbiam  la  nortra  fpeme. 
Inperfcrutabil  fon  dei  Ciel  gli  arcani . 


B 2 


SCE- 


Atto 


'tt 


SCENA  IV. 

Continuano  gli  fcharichi  dì  Artiglieria* 

Eri'^la  vejìita  da  Spofa.^  è Detta  . 

Eri':^.  He  fai , Silvia , qui  fola  ? ornai  fon  fianca 
Di  più  afpettar . Il  Genitor , lo  Spofo 
Ci  attenderanno  al  tempio.Or  dunque  andiamo* 
Ogni  momento  un  Secolo  mi  fembra  ( a)  . 
>S’//7;.Ferma,deh!ferma.(Ahi  quanto  io  la  compiango!) 

Le  Nozze ...  Eri^.  alfin  faran  compiute  pretto. 
Si!v.  Il  Genitor  ...  Lo  Spofo...E>-/V.Èh  tutti  pronti 
Fra  gli  applaufì  comun  faranno  al  Tempio. 
Silv.  Al  Tempio  or  non  faran.  Er/^.Edove  vuoi 
Che  fieno?  5’/7x;.  Forfè  effer  potranno  altrove* 
£r/:^.  Donde  meda  cosi  ? fogni  o deliri  ? 

Tu  de’ tonanti  bronzi  il  gran  rimbombo 
Millo  non  fenti  col  gradito  fuono 
De’  giulivi  Strumenti  ? Or  quelli  fono 
Sicuri  fegni  di  ben  prede  nozze . 

Silv,  Ah!  per  nozze  non  fon . ( Volefle  il  Cielo 
eh’  Ella  dicelfe  il  ver . Morir  mi  fento . 

Nò , più  tacer  non  pollo . ) Erizia  cara , 

Il  Tempio  è chiufo,  ed  è Ibfpefo  il  tutto. 
Ert^.  E le  mie  nozze  ? Silv.  E le  tue  nozze  ancora. 
Eri^.  E le  mie  nozze  ancora  ! Aimè  ! che  il  fangue 
Dal  timor  mi  li  gela  in  ogni  Vena . 

Dunque  lo  Spofo  ...  Il  Genitor  ...  Oh  Dio  ! 
Narrami  per  pietà,  che  avvenne  mai? 

Si/v.  Un  MelTo , che  fra  poco  io  qui  trovai  , 
Tutto,  mi  dille,  ha  il  Genitor  fofpefo; 

Per^ 


fa)  Vuoi  piitù'te . 


Secondo. 


2X 


Perchè  il  Sultan  Meemet  ornai  venia 
Col  fuo  gran  Stuolo  ad  aflaltar  la  Rocca . 
Eiir^.  Già  fi  moffe  il  Tiran  ! Ora  lo  Spofo  . .. 


Ed  ora  il  Genitor 


Oh  me  .dolente  ! 


Silv.  Ma  non  darti  si  tofto  al  tuo  dolore 

In  preda  . Ancor  non  è compiuto  il  giorno. 
Molto  a fperar  ci  retta . Er/^.  Àimè  ! che  fpeme 
Aver  più  non  pofs’io . Deh!  Silvia,  dimmi, 
Del  Genitor  , e dello  Spofo  il  Metto 
Cofa  ti  ditte  mai?  Silv.  Mi  ditte  ch’ambo 
Con  intrepido  cor,  con  gran  coraggio 
Andaflero  a incontrar  i’Òfte  crudele. 

Si  colà  tofto  vò  portarmi  anch’  io  . 

Ah  caro  genitor  ! ah  caro  Spofo , 

In  qual  periglio  mai  or  vi  vegg’iol  (a) 
Silv.  Erizia  non  partir  * almen  mi  afcolta  . 
Dolce  cofa  non  è perder  la  vita  : 

Quefta  a noi  diede  e la  Natura,  e il  Cielo. 
E a la  Natura  , c al  Ciel  noi  farem  torto 
QLialor  dal  grave  oppreffe  infano  duolo 
Dovrem  di  lei  privarci.  Il  grande  affanno 
In  cui  or  ti  vegg’  io  , ti  fa  dir  tante 
Cofe  da  me  non  mai  più  udite  ancora. 

Dati  pace  una  volta  . In  quel  periglio 
Che  tu  credi , non  fiam . Deh  ! ti  confola , 


SCENA  V. 


Eurifo , e Dette  . 


Eur.  Rizia,  Silvia,  andiam  , fuggiamo  tofto; 
E procuriam  di  rintracciar  la  via 
Che  noi  da  quello  Suol  lungi  ci  guidi . 

/ B 3 Er/t- 

(a)  Mojlra  di  partire  . 


^2 


Atto 


ì 


'Eri^  Aimè  ! che  avvenne  mai  ? E«r.  E tali,  e tante 
Cofe  funefte  , che  il  penfier  non  puote 
Tutte  raccor,  non  che  a voi  dirle  appena  . 
A ndiamo , andiam  * poiché  qualunque  indugio 
Or  la  propria  ad  ognun  vita  minaccia  . 

Il  Genitor  dov’ è ? dov’ è lo  Spofo? 

Siì'u.  Deh  ! qualche  cofa  almen  tofto  ci  narra  . 

Dimmi , forfè  dal  Campo  ora  ten  vieni  ? 
Tur.  Volefie  il  Ciel  che  là  fìato  non  fofli. 

Eyix^.  Parla,  parla,  ti  priego*  il  tuo  tacere 
Crefeer  il  duol  mi  fa . E«r.  Giacché  volete, 
Anzi  a farvi  parola  mi  sforzate  ; 

Quanto  vidi  efporrovvi  in  brievi  accenti. 
Nella  pianura  efterna  appena  giunto  , 

Qual  rapido  Torrente  il  fiero  Trace, 

Che  al  noftro  Baloardo  oppofe  ardito 
Orribil  , fpaventevole  Frontiera. 

Ecco  improvvifo  il  Ciel  tofto  fi  ofeura 
Di  denfa  polve*  e al  crepitar  de  Tarmi 
L’  aere  tutto  rimbomba  . Indi  fi  fente 
Sul  Baloardo , oh  Dio  ! e tale , e tanta 
Grave,  e fpeffa  piombar  grandin  di  foco, 
Ch’egli  fi  atterra,  e fi  riduce  in  polve. 
Quindi  come  talora  e folta,  e denfa 
Nebbia  n’appar;  così  de’ Traci  un  Stuolo 
Si  vidde  ad  aflaltar  prima  lo  fpalto. 

Indi  difeefa  la  coperta  ftrada  , 

Tentò  aflalire  il  Baloardo  ifteflb. 

Chi  forte  colle  man  poggiando  al  Muro 
Groffe  trave  tenea , chi  lunghe  Scale  , 

Chi  fu.  quelle  afeendea  , c chi  fu  quefte , 

Chi  aggrappandofi al  Muro,  e infin  la  fchiena 
Molti  curvando  , T un  falia  full’  altro  * 

Ma  più  volte  da’  noftri  i fieri  affalti 


Fur 


S E C O N O O . 


2? 


' Fur  ripulfati:  € ne’ crudeli  attacchi, 

Oh  fpettacolo  orrendo  ! il  Sangue  oftile 
Tanto  innondò,  che  fi  coperfe  il  Suolo. 
Ma  poiché  coi  frequenti  , e pronti  ajuti 
Riparava  le  perdite  il  crudele  , 

E a noi  r interne  ognor  for2;e  mancava  * 
Al  gran  poter  dell’  Ottomano  ardito 
Il  Baioardo , aimè  ! più  non  refifte  • 

E foccombere  alfine  egli  dovette  . 

Brì^.  Silvia  , ove  fon  ? Soccorfo  , ajuto.  5’//r.Taci 
. Ti  priego , e ftiamo  udirne  il  fine  . Siegui, 
Bur.  Quindi  qual  ftragge  , oh  Dio!  TOfte  fuperb^ 
Fece  de’nofiri,  no,  dir  noi  pofs’io. 
Dirrovvi  fol  , che  due  almi  guerrieri , 

Nella  battaglia  al  fuol  rimafti  eftinti , 

|j  Ahi  forte  ineforabile,  fpietara  ! 

i Furo  tagliati  in  più  minuti  pezzi . (a) 

Bri^.  Son  forfè  quefli  il  Genitor , lo  Spofo  ? 

I Bur.  No,che  vivono  ancor .Er.Di  lor  che  avvenne? 

' Bm.  Eran  quelli  al  di  fuor  della  Cittade  , 

Che  con  tal  gloria  difendean  lor  podi , 

Che  faceano  in  vederli  invidia  a Marte, 

Ma  per  neceffità  quefli  lafciati , 

Dovettero  portarfi  entro  la  Piazza  , 

Che  al  gran  Sultan  quanto  poteo  fi  oppofe , 
Ma  di  guerra  mancato  ogni  foccorfo  , 
Perduta  ogni  fperanza  ; Erizio,  e Lucio 
Caddero  Schiavi  alfine;  e la  Cittade 
Del  fuo  deflin  dà  in  forfè;  e ornai  vacilla. 
Il  Genitor  ...  lo  Spofo  ...  Oh  Dio  che  fento! 
Tutta  d’un  gelo  il  fen  l’alma  mi  cuopre , 
Mifero  Genitor!  mifero  Spofo! 

E dove  fiete  ? aimè  ! palpito  tremo 

B 4 Mo* 

^ a ) Giovanni  BoniumUro , e l^edovico  Calba , 


A T T a 


Morir  mi  fento  . Voi  tra’  jfieri  artigli 
Del  barbaro  Sukaa-  cadefte  ? ed  ora 
Che  mai  farà  di  voi?  Sarete,  oh  Dio  ! 
Vittima  efpolfi  in  facrificio  orrendo. 

E vivo  ancora?  Oh  vane  mie  fperanze  ! 
Folli  lufinghe  ! Ah  ! sì , pur  troppo  il  core- 
QLiefti  prediffe  a me  cafi  crudeli . 

O voi  tutte  del  Cielo  ingrate  ftelle,. 

Sempre  sì  congiurafte  a danno  mio  . 

Ora  farete  del  mio  mai  contente. 

Aimè.  Morte  ove  fei?  Deh!  vieni,  vieni  ^ 
De’  miei  mali  fia  quello  il  giorno  ellremo . 
Sìlv.  Coraggio , Erizia  ^ anzi  penfiamo  tollo 
D’evitar  colla,  fuga  altri  perigli; 

Ed  Eurifo.,  fecjel  ne  fia  di  Icorta  . 

Eiir.  Deh  ! non  perdjam  più  tempo;  e qualche  via 
Infra  la  T urba  vii  confufi , e miili , 

Alcuno  ci  darà  fcampo  ficuro  . 

^ilv.  Or  mi  fovvien  che  là  , dove  fi  fcorge 
Quel  nudo  fcoglio  , è pronta  ad  una.  riva 
La  Barca  d’Ariftippo,  il  qual  ci  attende 
Per  fin  della  comun  nollra  l'alute  . 

Sì  mi  diffe  quel  Meffo.  Al  nollro  duolo 
Rechi  la  fuga,  almen  qualche  conforto , 

Eur.  Andiamo  torto;  e sì  felice  forte  , 

, Che  a noi  benigno  il  Ciel  largo  deftina 
Non  trafcLiriam  . Che  a’  danni  nortri  il  tempo, ^ 
Quanto  s’  invola  piu  tanto  congiura  . 

Ed  io  venir  non  voglio  . Il  caro  Spofo 
Il  genitor  così  lafciar  non  porto, 

Vò  rivederli;  e fe  pur  fono,  in  vita, 

Vò  con  loro  rertar.  Con  lor  yogl’ io 
Tutti  nitri  foffrire  i mali  miei  . 

Meco  vederli,  allor  oh  quanto!  oh  come! 


Secondo.  zf 

Mi  allevieranno  il  duolo,  e i miei  martiri  , 
IVten  volo  lofto,  Silvia Eurifo  addio,  (a) 
Sih  , F'erma  , Erizia,  ti  priego  , ed  or  m’afcolta. 
Dunque  tu  andar  vorrai  fra  le  catene 
Barbare  avvinta,  e a l’Ottomano  orgoglio 
Indi  vederti  ftrafcinata  innante 
Quale  d’ Ircana  Selva  orrida  fiera  ? 

Cangia  il  penfier.  Che  coll’amato  Spofo, 
Col  caro  Genitor  perdi  te  fleffa . 

Con  noi  rimanti  amica  ; a 1’  Adria  in  feno 
Ritornerera  fottratte  a quei  perigli, 

Ch’or  minaccia  il  deftin  contro  di  noi . 

Là  tranquille  fpirando  aure  di  vita. 

Sperar  pocreni  di  riveder  lo  Spofo  , 

Il  caro  Genitor  liberi,  e fcioki 
Da  quei  lacci,  ond’or  fon,  raiferi,  avvinti 
Salva  dunque  te  fteffa;  e reco  tutti 
Salverai  gii  altri  ancor.  Deh!  cara,  andiamo. 

Eurifo ...  Silvia ...  ah!  ch’io  mi  perdo.Il  piede 
Mi  contende  la  via . Il  cor  mi  fpinge 
Dove  più  dir  non  fo . Dal  duol  fon  vinta. 
Si  in  voi  dunque  confido,  e ovunque  andremo,^ 
Voi  mi  guidate  i paffi  tardi,  e lenti. 

Silv.  Andiamo , andiamo , eh  non  temer  , mia  cara. 
Ewr.  (Felici  noi!  che  U Ciel  tanto  ci  ai'ridt?) 


( a ) vuol  partire., 

Fitfe  dell'  Atto  Secondo  . 


AT. 


^s 


ATTO  TERZO. 

SCENA  PRIMA. 

Ibraim  con  feguito  de  Gianni^^srì . 

GRan  fangue  il  mio  Sultan  miferamente 
Sparge  in  quello  ora  vinto  afflitto  fuolo! 
E tutti  perchè  mai  Schiavi  piuttofto 
Gl’inimici  non  far?  Quefti  col  tempo 
Al  publico  Cafnà  col  ior  rifcatto 
Potrian  tanta  portar  fomma  di  foldo  , 

Che  manterria  una  ben  arolTa  armata , 

Il  foddisfare  un  appetito  infano 
Spinto  da  rea  barbara  paffione, 

E'  inumana  follia,  è un  cieco  errore. 
Finalmente  noi  fiam  Uomini  tutti  * 

Se  di  diverfa  fè , ciò  nulla  importa . 

Non  diflingue  Natura  un  Uom  da  l’altro  . 
Il  titol  di  Sovran  , Congiunto  , e Amico 
Non  dee  ofFufcar  la  mente  a’  fpirti  forti . 
Nell’Uomo , il  ver  s’ammiri , il  giullo , e l’equo , 
Se  quello  mio  Sultano  altro  non  lente 
Stimolo  nel  luo  cor  , che  tirannia  ; 

Quello  non  prova  già  , che  tutti  noi 
Siamo  al  pari  di  lui  fieri , e tiranni . 

Sì;  di  Meemet  in  quelli  accenti  io  parlo  ; 
Nè  fia  che  alcun  li  fpreggi  , o li  derida . 
Lodare  il  bene  , e biafimare  il  male , 

E'  dritto  di  ragion , lo  vuol  natura  . 

Quanto  dolor,  quanto  fpiacere  io  fenta 
Nel  veder  fieno  donne , o fien  fanciulli 
Cader  per  le  fue  mani  ellinti  al  fuolo  ; 

Dir. 


Tèrzo. 


27 


Dirlo  non  poffo , c da  i’orror  pavento. 
Chi  fa  quei  ch"ei  farà  di  quello  Schiavo, 
Che  di  quefte  Contrade  il  fren  reggea? 

Or  mi  fovvien  , che  mentre  fummo  ai  Campo, 
Detto  ci  fu  da  occulta  gente  , e fida  , 

Che  in  quefto  dì  folenni , e chiare  sozze 
Dovean  fra  la  diletta  illuftre  figlia 
Seguir  di  Erizio  con  un  certo  Lucio  ; 

Chi  fa  quello  di  lei  ne  avvenne  mai? 

Forfè  il  Sultan  coll’altrui  fangue  fparfo 
Qiiello  anche  avrà  dell’  innocente  Spofa  . 

Ma ....  effer  potria  cogli  altri  fchiavi  al  Bagno. 
Dicon  fia  bella  * avrei  piacer  vederla  . 

Ma  fi  cangi  il  penfier  , ch’ora  il  Saltano 
Bieco  guatando , e torbido  fen  viene . 

SCENA  II. 

Meemet  con  feguho  de  Gtanni'^ri , 

Ofman  , e Detto  . 

Meem.  T^Immi  Ibraìm , perchè  sì  mefto  in  volto? 
jL/  Quai  torbidi  penfier  volge  tua  mente  ? 
Vedetti  come  in  un  momento  folo 
E'  quefta  Rocca  in  mio  poter  cadùta  ? 

L’ immortai  valor  mio  , le  mie  conquifte 
Ti  fien  d’efempio,  e ad  imitarmi  impara. 
Ah!  della  terra  infetto  vìi  tu  fei. 

Domar  le  genti,  e roffeggiar  il  fuolo 
Col  fangue  otti! , chi  ardito  tenta , al  tempo 
Gloriofo  confacra  eterno  il  nome  . 

Alla  forza  , al  piacere  , a quel  che  giova 
Dee  fol  penfar  chi  vuol  ficuro  il  Trono. 

Il  ben , il  mal  dall’  oninion  dipende  * 

In- 


28 


Atto 


Indifferente  è nell’  oprar  Natura  . 

Dimmi , cos’  hai  ? Ibr.  Signor , il  tuo  valore 
Lodai  mai  Tempre  , e quanto  più  ammirai . 
Se  torbido  , e confufo  ora  ti  fembro , 

Ciò  fol  provien  da  meraviglia  interna. 

Che  per  le  tue  vittorie  il  cor  m’ingombra^ 
Ti  renda  pur  vieppiù  felice  il  Cielo, 

Per  ben  di  Te , dell’ Ottomano  Impero  . 

( Finger  convien  con  si  crudel  Signore  . ) 
Metm.  E che  ha  da  far  il  Ciel  colla  mia  forza  ? 
Sei  pur  fciocco , Ibraim , e come  il  vulgo , 
Vuoi  Tempre  a parte  d’ogni  cola  il  Cielo  . 
Quello  ferro  è il  mio  nume  ; e a me  Natura 
Quello  prodiga  diè  braccio  tremendo, 

Perchè  il  valor  previde  al  nafcer  mio  . 

Sol  felice  è colui  che  nulla  teme  * 

E tutto  ottien  ciò  che  ’l  fuo  cor  defia  . 
Dimmi , in  qual  parte  mai  ponefli  Erizio  ? 
Ibr.  Là  nel  bagno  , o Signor.Meem^Parmi  che  voce 
Folfe  nelle  mie  tende  al  Campo  fparfa 
Ch’una  fua  Figlia  affai  vezzofa , e bella  , 
Dar  dovelfe  di  Spofa  oggi  la  mano. 

Ad  uno  che  da  i’Adria  ei  qui  condulTe . 
Erizia  è il  nome  fuo.  Di  lei  che  avvenne? 
%bY,  Guari  non  è che  il  tuo  penfiero  illeffo 

Mi  cadde  in  mente  • e a dirti  il  ver , credea 
Che  nel  fuo  fangue  ancor,  per  tuo  diporto» 
L'inltancabil  tua  mano  immerfa  avelli . 
Meem.  Quante  donne  palTar  per  quello  ferro  . 
Alcuna  agli  occhi  miei  bella  non  parve. 
Che  fe  cotal  beltà  , qual  di  collei 
Ovunque  io  giri  il  piè , fama  rimbomba , 
Tratta  avelie  la  forte  a me  dinante  • 
L’avrei  nel  mio  Carèna  coll’altre  donne . 

Ibr, 


Tèrzo. 


29 


ìbr.  Dunque  fuggita  , oppur  nel  Bagno  fìa. 
Meem.  E ben,  facciam  cosi*  Tu,  Ofmano,  andrai 
Con  cento  tuoi  Spai  girando  ovunque 
Per  quello  vinto  Suol  . Qualora  gente 
Fuggitiva  vedrai  , la  prendi,  e tofto 
Spronando  il  tuo  Dellriero,  a me  la  nuova 
Veloce  porterai  (a).  Or  or  qui  voglio 
E lo  Spofo  ed  Erizio  . Io  vado  intanto 
La  CircalTa  a'  trovar.  I cenni  miei 
Tu  già  udirti , Ibraim  , tu  li  efeguifci  * 

SCENA  III. 

Ibralm  * 

SI  conducano  a me  torto  gli  Schiavi , (b) 
Sazia  ancora  non  è 1’  orrida  fete 
Ch’  ha  di  Sangue  cortui  ? ah  ^h’  io  preveggo 
Mille  ftraggi  in  un  punto  ! Oh  qual  pietade 
Mi  dertate  nel  fen  Schiavi  infelici  ! 

Non  ha  legge  il  Tiranno , e fol  delia 
Ciò  che  li  detta  ognora  il  fuo  furore. 

Chi  fa , che  vendicato  il  Ciel  di  lui , 

Noi  faccia  un  di  pentir  de’  fuoi  delitti  « 

SCENA  IV. 

Erì:^io , è Lucio  incatenati , e "Detto  * 

Erìz.  /^"XUel  che  pocanzi  fu  il  Rettor  di  queliaj, 
Ch’ora  iangue  cotanto  afflitta  Rocca; 
Benché  li  cinga  il  piè  ferrea  catena , 

Col 

(a)  Òprnano  . pam 
( b ) Parte  una  guardia . / 


Atto 


30 

Col  core  a te  fen  vien  libero  , e fciolto  . 
Parla  , che  vuoi  da  me  ? Ibr.  Le  tue  virtudi 
Tutte,  Erizio , mi  fon  note  abbaftanza . 
Applaudo  il  tuo  valor,  ti  ammiro,  e pregio. 
Lue.  Quai  fenfi  di  pietà  nutre  coftui  ? ( a ) 

Quanto  è giufto  il  Vifir  ed  ama  il  bene; 
Tanto  inuman  crudele  è il  gran  Sultano. 
Ihr.  Cercar  fe’  il  mio  Sianor  di  voi  due  foli . 

O 

Nè  credo  già  per  farvi  oltraggio  alcuno  . 

palefe  ad  ognuno  il  fuo  furore . 

S’  Egli  anche  Morte  a noi  vuol  dar,  già  fiamo 
Di  chinar  pronti  al  fuo  volere  il  capo. 

Ibr.  Gran  magnanimi  cor  ferbate  in  feno! 
Dimmi  Erizio,  ti  priego,  io  fon  ficuro. 
Che  non  m’ingannerai;  poiché  l’inganno 
E'  contrario  a l’onefto,  al  giufto , e al  vero . 
Sai  tu  dov’  or  la  figlia  tua  fi  attrovi  ? 

E perchè  mai  di  lei  tu  mi  ricerchi? 

( Voleffe  il  Ciel  che  inafpettata  morte 
Sottratta  al  fuo  dolor  oggi  1’  avelfe  , 
Anzicchè  di  vederla  in  fra  gli  artigli. 

Del  rio  Tiran  languir  mìferamente.  ) 
ìbr.  Perchè  fe  occulta  in  alcun  luogo  folfe. 
Andrei  pigliarla , e al  mio  Carèm  condurla? 
Che  fe  per  reo  cadrà  fatai  deftino 
Nelle  barbare  man  del  fier  Sultano , 

Nè,  a lui  piacendo,  il  genio  fuo  fecondi; 
Cadrà  vittima  efangue  al  fuo  furore. 

Lue.  ( Ahi  cara  Spofa  1 ahi  dolce  mia  fperanza! 
Colla  fuga  ti  folli  almeno  tolta 
A quello,  in  cui  noi  fiam  fiato  fatale  ) 1 
Ecco  il  Sultan  che  vien . 

SCE- 

(a)  Erizio, 


Terzo* 


SCENA  V. 

Meemet  ^ e Detti  , 

Ibr^  OIgnor , qui  fona 

Pronti  gli  Schiavi  ad  ubbidir  tuoi  cenni* 

Meem.  QLial  è Erizio  tra  voi  ? Er/V.  Signor , fon  io. 

Meem.  Superbo  disleale  * un  grande  ardire 
Neir  opporti  tu  avelli  al  voler  mio. 

Il,  cieco  tuo  vedrà  sfrenato  orgoglio 
Qual  degna  avrà  da  me  giuda  mercede  . 

E perchè  allor , che  mi  vederti  a fronte 
Della  Città  col  mio  gran  Stuol  d’armati, 
Che  cotanto  ne  teme  il  Mondo  tutto  , 
Senza  contrarto  alcun  non  ti  arrenderti  ? 

Eri^.  Vuole  natura,  e vuole  ogni  altra  Legge, 
Che,  quanto  puote,  TUom  difender  debba, 
Sacrificando  infino  il  Sangue  irtelfo , 

Quel  che  li  diede  e la  ragione , e il  dritto  . 

Meem^  Or  quel  che  per  ragione  , e dritto  averti 
Soccombere  dovette  al  mio  valore  . 

Fu  voler  del  deftin  , voler  del  Cielo. 

Mtem.  ^ Eh  che  il  Cielo  , e il  deftin  fiamo  noi  foli. 
E quei , cui  il  Mondo  ftolto  il  culto  preda, 
Degli  uòmini  fon  tutti  pretefti 
Per  imprimer  nel  vulgo  un  vii  rifpetto 
E un  infano  timor,  da  cui  intereffe 
Tragon’  erti  e piacer;  fenza  di  quelli 
Sana  la  focietà  qual  Nave  fpinta 
Da’  venti  in  alto  Mar  fenza  Nocchiero . 

E ritornando  1’  Uomo  al  primo  Stato , 

. Seguiria  folo  i naturali  impulfi . 

Ìmc.  ( Oh!  crudi  fenfi,  barbari,  inumani.) 

Meem» 


Atto 


Meem.  Io  fo,  che  in  quello  dì  per  tua  figliuola 
Fefieggiar  fi  dovean  nozie  folenni . 

Di  lei , dimmi , cos’  è ? Forfè  non  era 
Teco  fin  ora  in  quello  luogó  iflefib  ? 

Era  qui  meco,  e poi  doveni  lafciarci  ; 
Meem.  Ah  ! mentitor  , di  lei  che  non  faprai  ? 

50  che  nafcofla  in  qualche  parte  fia. 

Ma  ovunque  ella  fi  alconda  j o prélio , o tardi 

51  troverà  : nelle  mie  man  la  voglio  . 

J.UC,  ( Lungi  ti  guardi  pur  benigno  il  Cielo); 

SCENA  V'L 
Ofman  , e Detti. 

I^Uor  delle  Mura,  almo  Signot , fra  pòco 
Tre  che  volean  fuggir  pronto  arredai  ; 
Meem.  Olà  , tutti  partite  ; e in  tua  cudodia 
Sieno  per  or  quedi  fuperbi  Schiavi  (a) . 

Ibr.  I cenni  tuoi  fopra  il  mio  capo  io  pòrto,  (b) 
Eri'^.  ( Chi  fa  mai  chi  faran  quedi  infelici . ) (c) 
Ah  Figlia  mia!  quanto  mi  premi  il  core! 
Lux.  ( Povera  Erizia  ! Oh  Dio  ! poteffi  almeno 
Pria  di  mOtir  faper  ove  tu  fei  ! ) (d) 

SCENA  VII; 

Meemet , e Ofmam  ; 

Mfem.TT^Immi,  quedi  chi  fon?0/»w.Non  li  conofcd. 
f y V i fon  due  Donne,  ed  evvi  nn  Uomo  an» 
cora , 

Una 

Ca.)  a Ihraim  , ( b ) Parte  . ( c ) Parte  < 

( d ) Pane . 


Terzo. 


3S 


Una  dì  quefte  al  portamento  , e al  volto 
Non  par  che  fia  di  comun  Sangue , e vile  . 
Meem.  ( Se  folTe  Erizia  , Oh  ! ne  farei  contento.) 

Al  tuo  apparir , fero  contrailo  alcuno  ? 

Ofm.  Si  diero  tolto  a noi  veduti  appena  ; 

Ma  colei , che  dell’  altra  è affai  più  bella  , 
Con  fommo  ardir,  con  alma  forte,  e altera, 
Crudel , mi  diffe  , s’  or  tua  preda  io  fono , 

E fe  mi  cingi  di  catene  il  piede , 

Te  non  teme  il  mio  Cor  , morte  non  cura. 
Meem.  Le  domerò  ben  io  sì  fiero  orgoglio. 

E coltoro  ove  fon  ? Ofm.  Sono  in  cultodia 
De’ miei  Spai  dalla  Città  non  lungi. 

Io  fpronando  il  dellrier  qui  giunfi  il  primo 
Per  recarti  , o Signor , pronta  la  nuova . 
Meem.  Dove  giugner  dovran  , colà  li  attendi  * 

E appena  giunti  a me  tolto  li  guida. 

Ofm,  Vado  pronto  efeguir  quanto  m’ imponi. 

SCENA  Vili. 

Meemet . 

SE  foffe  Erizia  almen  quella  infedele* 

Oh!  qual  piacerne  avrei.  Dicon  fia  bella, 
Se  ella  piace  al  mio  cor,  in  quella  giorno 
Ter  fpofa  la  vogl’  io  ; e il  primo  luogo 
Sinché  il  genio  , e l’ amore  in  me  fi  ferba , 
EH’  abbia  nel  Carèm  fra  1’  altre  Donne . 


Fine  dell*  Atto  Ter^S' 


AT- 


G 


H 

ATTO  Q^U  ARTO 

SCENA  I. 

Eri'^ia  y Silvia  y ed  Earifo  in  Catene  y e Ofntati 
con  feguito  di  Spai, 

Ofm.  T L gran  Signor  mi  ricercò  chi  fiete  . 

J-  Coraggio,  Amici,  e palefiamli  pure. 
Quelli  che  fiam  lenza  timore  alcuno . 
Erizia  io  fon,  di  quel  Rcttor  fon  figlia. 
Che  di  quefte  Contrade  , ora  infelici , 

Ebbe  pocarzi  il  bel  governo  in  forte. 

Oftn.  E Tu  chi  fei  ? Stìv.  lo  Silvia  fondi  Erizia 
Sin  dalle  fafeie  ognor  collante  amica. 

Eur.  Ed  io  Eurifo  il  Capitan  di  guardia. 

OJm.  Or  tutti  di  Meemet  Schiavi  voi  fiete  . 
Eri:^.  Tali  però  non  fiam  col  noflro  cuore. 

Barbaro  laccio  alcun  quello  non  teme. 

Ofm.  Se  al  mio  Signor  con  tanto  ardire,e  orgoglio 
Rifponderai , egli  pentir  faratti . 

Eri^,  Noi  fiam  figli  dell’Adria  ; e per  le  vene 
Quella  infonde  ad  ognun  quelle  virtudi , 
Che  non  temon  perigli , e llraggi , e morte. 
Onde  fe  reco  in  cotal  modo  io  parlo  ; 
Udini  donde  il  mio  parlar  proviene . 

Ofm,  Prello  vedraflì  il  tuo  valor  qual  fia , 

E come  finiran  quelle  tue  ciancie. 

Sllv.  Di  Erizia  il  gran  coraggio  i’  non  vorrei 
Che  a noi  fofie  cagion  d’ellremi  affanni . (a) 
Eur.  Ammiro  come  in  un  medefmo  tempo 
Abbia  una  paffion  cangiata  in  altra. 

Siigli. 

( a ) Ad  Eurijò  . 


Q_  U A R T O . 


Silv.  Saggia  fempre  direfle  i fuoi  penfieri 

Come  Volle  ragione,  il  tempo ^ e il  luogo, 
Ofm,  Ecco  il  Saltati  che  viene  . Ora  , faperba, 
Cangiare  io  ti  Vedrò  favella , e Jlile  . 


SCENA  II. 


Meemet , e Detti . 


( quelli. 

gli  Schiavi  fon  ? Ofm.  Signor,  fon 
_ Ecco  Erizia,ecco  Silvia, ed  ecco  Eurifo. 

Meem.  Per  ora , Ofman  , fermati  qui  in  difparte  (a) 
( Per  dir  il  ver , mi  par  collei  sì  Ijella , 

Cui  fimil  Donna  ancor  non  viddi  mai . 

Sì , cV  è degna  di  me , dell’  amor  mio . ) 
Soli  così  a quell’  ora  ed  in  qual  parte 
Fuor  delle  Mura  il  piè  voi  drizzavate  ? 

Per  fuggir  da  tue  man  barbare,  e crude. 

Meem.  Quelle  più  dolci  fon  di  quel  non  credi., 
( Si  foffra  pur  quanto  lì  può  cofhei . ) 

Ma  sì  facil  non  era  il  fuggir  voflro  , 
Poiché  di  quello  Suol  qualunque  parte 
Era  da’  miei  guerrier  cinta  , e guardata  . 

Eri^.  E pur  libera  , e aperta  al  nollro  Scampo 


Vi  fu  chi  ne  dettava 


ognor 


la  via, 


Sìh.  Non  vorrei  che  Arillippo  ella  accuialfe.  (b) 
Eur.  Lungi  da  noi  farà  forfè  a quell’ora. 
Meem.  Dimmi  chi  fu  quello  fuperbo , e altero  ? 
EriX:  Fu  quel  che  ognun  nutre  nel  fen  collante 

Almo  valor,  con  cui  n’  andremo  lieti  , 
Qualora  ardito  alla  ragion  ti  opponi  , 

Là  dove  quel  degli  Avi  ornai  n’attende. 
Meem.  Non  credo  no,  che  tu  privar  mi  voglia 

C z Del 

(^a  ) pirrte  . ( b ) Silvia  , 


Atto 


J1 

Del  tuo  bel  cor  .Or  del  mio  amore  un  pegno, 
Càe  grato  ti  farà  , darti  vogl’  io . 

Olà , Ofman , dove  fei  ? Ofm.  Son  qui  Signotv, 
Mcem.  Si  fciolgano  ad  ognun  quelle  catene,  (a) 
Più  miei  Schiavi  non  fon.En;^.Fa  quel  che  vuoi.. 
Già  paleft  mi  fon  le  tue  lufmgtie  . 

Sìtv.  Non  mi  par  sì  crudcl  quello  Sultano 

Come  r credeva  . Or  mi  confolo  alquanto  .(b). 

Nulla  ci  credo  ancor . Sono  i Tiranni- 
Come  le  Volpi , che  non  cangian  pelo  . 
Meem.  Sperar  pofs’ io  thè  la  cagion  mi  fpieghi 
Per  cui  ti  mollri  a me  cotanto  altera  ? 

T’ inganni  ben  , fe  di  addolcirmi  credi 
Con  quelli  tuoi  sì  lufinghieri  accenti  . 

Non  ti  rammenti  ancor  ciò-  che  facefti  ? 
Ahilchein  penfarlo  io  tutta  agghiaccio, e rremoi.- 
Meem.  Per  quella  Barba  , e pel  mio  capo  io  giuro. 
Che  non  fo  nulla,  e che  innocente  fono. 

E’  già  palefe  a ognun  quanto  fei  reo  , 

E quanti,  oh  Dio!  per  te  travagli,  e pene 
Or  fcffriran  tanti  innocenti , e tanti . 

Sìlv.  Vuoi,  Signor,  ch’io  ti  fveli il fuo  penfiero? 
Meem.  Dimmi , qual  è ? QLiella  gran  gemma  è tua. 
Eur.  Non  opporti  al  Tiran.jri/x;.Mi  guardi  il  Cielo. 
Si  potrebbe  irritar  contro  me  ancora  . 

Io  pronta  fon  di  compiacerlo  in  quello  . 

Al  caro  Genitore  ed  allo  fpofo 
Tutto  il  penfier  ora  le  volge  in  mente. 
Meem.  Ofman  jO/wj.Sig.Mee.Dal  mio  Vifir  va  tollcs; 
E in  confegna  a te  dia  quelli  due  Schiavi  (c). 
Ora,  Erizia  , vogl’ io  che  ti  confoli. 

Verrà  fra  poco  il  geniror  con  Lucio. 

Er/^. 

( a ) SI  feloìgono  . ( b ) Ad  . 

( c ) P/ìì'te  OJma/ìo , 


0,0  A R,  'T  « 


ir 

Er/\.  II  genitor  vedrò!  vedrò  lo  Spofo  ! 

Meem.  Il  genitor  vedrai  ,•  ma  non  già  quello 
Che  fperi  effer  devria  oggi  il  tuo  Spofo . 
Eri^.  Che  Lucio  ancor  verrà  , non  mi  dicevi  ? 
Mscm.  Tel  diffi,è  ver;  ma  non  ch’ei  fia  il  tuo  Spofo, 
Eri‘^.  Ch’  effer  dovefli  in  dolce  nodo  avvinta 
Col  caro  Lucio , fu  prefcritto  in  Cielo  . 
Msem.  Ed  or  vogl’  io  che  tu  ne  prendi  un  altro . 
Eri^,  No,  non  fìa  ver,  ch’altri  giammai  ne  prenda. 
Meem.  Olà  , fuperba , il  mio  voler  già  udifli; 

Si  dia  fine  una  volta  al  tuo  garrire,* 

Non  ti  ahufar  di  me  ; Tuo  Spofo  io  fono . 
Saranno  in  quello  giorno  in  tuo  potere 
Cittadi  immenfe,  ampie  Provincie , e Regni, 

E a te  da  T immortai  mio  augnilo  Trono 
Dando  afilo  di  pace  al  Mondo  intero , 
Tributaria  faran  , Scettri  , ,e  Corone  . 

( Oh  Ciel  ! che  Tento  mai  ! nulla  fi  tema.  . 
Eh!  coflanza  o mio  cor  , foffri , e coraggio.) 

Il  dolor  eh’  io  ne  avrei  d’ effer  tua  Moglie , 
•Fora  piu  grande  affai  di  quanti  immenli 
Regni  potelìì  aver,  Scettri,  e Corone. 

Meem.  Stanco  ornai  fono  ! A le  mie  chielle  nozze 
Difponti,  Erizia,  e ad  ubbidir  t’apprella. 

SCENA  III. 

Ofmart  con  Erixjo , s Lucio  in  Catene  , e Detti , 

Erìzio  [ Rizia  col  Sultani  Oh  dio!  che  vedo.) 
Lue.  ( 51a  Non  fog  no  Io  già, la  cara  Spofa  è quella.) 
Ofm.  Ecco,  Signor  in  tuo  poter  gli  Schiavi. 

Ah!  caro  Genitor,  ah!  caro  Spofo 
Lafciate  che  vi  abbracci , e che  vi  Ilringa 
G 3 Stret- 


A r T o. 


Stretti  nel  fen , ficcome  il  cor  defia. 

Già  inorù  vi  credea..  Oh  qual  piacere 
Nel  vedervi  mi  fcorre  or  per  le  verie! 
lErhJo  E come  mai  fra  quelle  man  cadefti? 

Erir^.  Troppo  lunga,  e dolente,  oh  dio!  faria,^, 
Se  tutta  efpor  la  Storia  vi  dovefli . 

Lue.  Deh  ! per  pietà  ti  priego , amata  Spofa , 
Narraci  quel , che  puoi . Oh  quanto  lungi 
Da  quellò  afflitto  Suolo  io  ti  credeva  ! 

Meem.  Della  mia  toleranza , e del  mio  amore 
Troppo  abufafle  ; ho  già  fofferto  affai 
Eur.  ( Ora  incomincia  a rifcaldaiTi,  il  Sangue.), 
Silv.  ( Li  dalfe  almen  qualche  parola  Erizia, 
Che  potefle' addolcir  quell’ alma  audace.  ) 
Meem.  Piace,  Erizio  ,al  mio  Cor  quella  tua  Figlia.. 
Erì'^io  ( Qual  mitrafigge,oh  Dio  ! barbara  nuova.  ) 
Lue.  ( Piace  Erizia  al  Tiranno  ! Oh  me  infelice  ! ) 
Meem.  Voi  dunque  , a cui  la  libertade  io  dono,^ 
Per  quello  vinto  Suolo  ovunque  fciolti 
D’ ogni  catena  al  piede  ora  n’andrete. 

Olà  , fi  fciolga  ognuno  (a)  E meco  Erizia. 
Là  nei  Serraglio  in  dolce  nodo  avvinta , 
Lieta  i fuoi  pafserà  giorni  tranquilli. 

Tu  che  padre  le  fei,  tollq  le  imponi 
A chinar  pronta  al  mio  volere  il  capo . 
Tutto  intanto  a difpor  vado  il  Serraglio, 
Perchè  in  quella , che  il  cor  tanto  defia 
Gran  pompa  di  piacer , nulla  ci  manchi . 
Quando  opportuna  poi  1’  ora  parrammi  • 
Olman  qui  fpedirò  con  fcelti  Eunuchi 
Erizia  a ripigliar  , onde  condurla 
Nel  mio  Carèm  colla  Circalfa  affieme; 

E s’ era  quella  a me  fra  1’  altre  Donne 

La 


fa)  Sè^fcì»ig072Q  . 


Q.  tl  A R T O.  5^  ^ 

La  più  diletta  un  di  per  mio  volere 
Darà  pronta  alla  Sj'ol'a  il  primo  luogo  . 

Udirti  il  defir  mio  ; nè  fia  che  alcuno 
Compiacerlo  non  voglia  . Erizia , addio . 

SCENA  IV. 

Eri^o  y Erì^iaj  Lucio  y Silvia  y ed  Eurifo. 

JEri^io  "rXImmi , Figlia,  deh  ! dimmi,  e quando  mai 
, J Tanto  di  te  quefto  Tiran  fi  accefe? 
ErÌ7^.  Fiflato  appena  in  me  lo  fguardo  altero, 
Che  in  amorofi , e non  più  uditi  accenti 
Sciolfe  la  lingua , e mi  bramò  Tua  Spofa . 
Eri^jo  E tu  qualora  i crudi  fenfi  udirti 
Quale  pronta  ne  defti  a lui  rifpofta  ? 

Che  per  voler  del  Ciel  Lucio  è mio  Spofo. 
Erii^io  Ed  ei?  Eri^.  Che  un  altro  in  quefto  dì  vuol 
darmi 

Spofo  miglior  di  lui . Sìlv.  Oh  qual  periglio, 
Oh  quanta  ftragge  a ognun  oggi  fovrafta  ! 
Erizio  Deh  ! Figlia , non  temer  . Se  a danno  noftro 
Tutto  congiura  il  Ciel  ; foffriam  coftantì 
Con  intrepido  cor  gli  l’prezzi , e 1’  onte , 

E quante  il  fier  Sultan  minacele  avventa  . 
Solo  felice  è un  alma  allor  che  lieta 
Incontra  de’ fuoi  dì  T ultimo  fine. 

Ti  balli  dunque  il  rammentar  chi  fei . 
Quefto  è quel,  eh’ i’ delio.  Vano  faria 
Qualunque  a te  ne  daflì  altro  configlio. 
Eriz>  Vedrai  quel  ch’io  farò  , fe  al  mio  volere 
Quefto  crudel  fi  oppone . Un  alma  invitta 
Non  teme  il  fuo  furor , morte  non  cura. 
Lue.  Oh  come  il  tuo  valor  , la  tua  coftanza  .... 

C 4 . . SCE- 


40 


A T T O 


SCENA  V. 


Ofman  con  Eunuchi^  e Detti  * 

Rizia,  andiam  , che  il  gran  Signor  m’invia 


XL  Con  quefti  del  Carèm  diftinti  Eunuchi, 
Perchè  torto  t’unifci  alle  altre  Donne 
Che  nel  Serraglio  rtan  chiufe , e guardate . 
Sily.  ( Oh  quante  cofe  in  querto  dì  preveggo  ! ) 

Eur.  (Ah?  che  fcampo  per  noi  più  non  vegg’io.) 

Er$x^.  Ecco,  Padre  diletto.,  ecco  ornai  giunta 
L’  ora . fatale  , in  cui  vedrafli  quanto 
Del  barbaro  Ottoman  tema  il  mio  Core. 
Caro  Padre,  ti  lafcio;  quale  affanno 
Senta  in  lafciarti , oh  Dio  ! no  colla  lingua 
Spiegar  noi  fo , nè  immaginar  tu  il  puoi . 

Così  vuole  il  dertin,  convien  lo  fegua  

Erixjo  Barta,  Figlia , non  più  . Tronchiamo  alfine 
Querti  ertremi  congedi  . Io  ti  fon  padre . 

Ai  molli  mi  potria  teneri  affetti 
La  natura  chiamar.  E ornai  mi  fento 
Or  dei , Figlia , partir  . Al  rio  furore 
Cortante  io  pur  fommetterò  il  mio  collo. 
Del  tenero  amor  mio  T ultimo  pegno 
Querto  folo  ti  fia  (a),  mia  Figlia,  addio. 
Lue.  Dunque  più  non  farai  tu  la  mia  Spofa? 
Ed  or  fra  querte  andrai  orride  tigri 
Ad  incontrar  , aime  1 ogni  periglio  ? 

Dunque , mio  ben , ti  perderò  per  fempre  ? 
Deh!Lafcia,Erizia  mia...O/?w.Son  ftanco  al  fine; 
Più  non  s’ induggi , il  gran  Signor  m’attende, 
Eyì^..  Io  già  pronta  ti  feguo  : andiamo  pure . 


Pa« 


( a ) L’ abbraccia , 


Quarto. 


41 


Padre , Lucio  , Silvia  , Eurifo  , è giunto 
Il  gran  momento  , in  cui  lafciar  vi  deggio. 
Non  pili  amara  per  me  doglia  vi  prema . 
Udrete  predo  il  fin  de’  miei  tormenti . 

Voi  feguire  il  mio  efempio.  E poiché  il  Cielo... 
Aimè  ! Non  fo  che  dir . Convien  eh’  i’  parta  . 
Addio  Patria,  Congiunti,  Amici  addio. 


SCENA  V J.  ^ 


Erii^io  , Lucio , Silvia  , ed  Eurifo  . 

Silv.  ( H sì  che  ai  tronchi,  e ai  duri  fallì  ancora, 


\ E a quante  ha  Libia  in  fen  Tigri  crudeli 
Defterebbe  pietà  quella  infelice . ) 

Eur>  ( Pria  fi  vedran  per  gli  erti  monti  i pefei, 
E a nuoto  andar  per  l’ampio  mare  i Cervi, 
Ch’ altra  virtù  fimi!  giammai  fi  fenta . ) 
Eri^io  Ahi  ! che  pur  troppo  il  gran  dolor  mi  oppri- 
Già  parmi  di  veder  la  cara  Figlia  ( me. 
Da  quel  fiero  inuman  , da  quel  Tiranno 
I dilprezzi  foffrir  collante,  e Tonte. 
Volelfe  il  Ciel,  che  a lei  pronta  fcaglialfe 
A fuo  piacer  la  morte!  Almen  fottrarta 
Fora  agli  affanni  fubi , e ai  fuoi  martiri. 
Lue»  Chi  detto  avria  , che  alla  mia  dolce  Spofa, 
( No  che  tal  più  non  fei  * nè  tale  mai 
Per  me  più  noi  farai  ; ahi  cruda  forte  ! ) 
Chiaro  efempio  dell’  Adria , un  sì  fpietato 
Barbaro  fin  preferitto  oggi  ne  folle  ! 


SCENA  VIE 


Meemet  y Ofmaa  ^ e Detti. 


A rta  ciafeuno,  e fien  coflor  condotti 
Xi  DalVifir,  cui  dirai  ch’or  qui  Tattendo  .(a) 


^ 5 


Ent- 


42  Atto 

Eri:<\  ( T urbato  , oh  Dìo  ! mi  par  il  fier  Sultano. 
Il  colpo  è fatto  , il  colpo  atroce,,  e rio. 
Mifera  Figlia  mia  ; ahi  cara  figlia!  ) (b) 

Lue.  ( Aimè! Crudele»  Ah!  ti  ravvifo  al  volto; 
E’  già  palefe  a ognuno  il  tuo  delitto. 

Or  che  vi  refta  più,  fielle  perverfe  ? ) (c) 
Silv.  ( Oh  quanti  ancor  funefti  feempj  io  veggo!  ); 
Eur.  ( Di  tante  ftrane  non  vedute  ancora 
Fiere  vicende  qual  farà  mai  il  fine  ? ) 

SCENA  Vili. 

Meemet , indi  Ibvatm  . 

Quella  fuperba  Erizìa  ai  miei  voleri 

Oftisiata  maifempre  oppor  fi  vuole; 

Ma  molto  non  andrà  eh’  ella  non  debba 

O il  fuo  penfier  cangiar  , oppur  per  quella 

Forte  braccio  dar  fine  ai  giorni  fuoi . 

Ibraim  , Ibraim  , deh  prello  corri . 

E dove  fei  ? Che  fai  ? Ibr.  Ecco  Signore 

Che  ricercato  appena  a te  ne  vengo. 

( E che  cofa  di  nuovo  ha  mai  collui, 

Che  torbido  mi  pare,  e affai  confufo!  ) 

Meem.  Efe^uifei  ben  tolto  ì cenni  miei . 

1 ^ * • • 

In  due  parti  fegato  Erizio  fia  ; 

E in  quello  luogo  a me  pofeia  fi  porti 

Con  Zendado  coperta  in  un  bacile 

Quella  metade  a cui  Ha  unito  il  capo. 

( Men  vò  da  Erizia  un’  altra  volta  ancora  ; 

Forfè , chi  sà  ? che  il  Padre  fuo  veggendo 

Segato  in  un  bacii , tollo  non  cangi 

Il  fuo  penfier,  e il  mio  voler  fecondi?  ) 

SCE. 

(b)  Parte,  (c)  Parte. 


(a)  Parte  OJ'mano , 


(Quarto. 


SCENA  IX. 

Ibraim  fola. 

QUalor  quello  Sultan  nel  fangue  umano 
Le  ingorde  man  non  tìnge, oh  quanto  fre- 
E quanto  duol  l’affligge  ! Il  fuo  furore  ( me  , 
Lo  accieca  sì , che  in  lui  giammai  non  fcuopro 
Raggio  alcun  fcintillar  d’alma  ragione. 

E perchè  dove  ei  prème  il  fuol  non  s’  apre 
Per  ingojar  così  fatai  genia  ? 

Ora  compir  degg’  io  , ma  con  qual  core 
Dirlo  non  fo,  gli  orrendi  cenni  impofli  , 
Tremar  mi  fan  ; e che  di  Erizio  ancora 
Morto  vuol  far?  nè  la  ragione  intendo 
Perchè  la  fua  metade  in  un  bacile 
Coperta  di  Zendado  in  quefto  luogo 
Deggia  pofcia  portar.  Ahi!  fier  Tiranno, 
E che  peggio  puoi  far  che  darli  morte  . 

Pili  barbara  non  v’  è cofa  inumana 
Che  il  vendicarfi  contro  i morti  ancora  , 

E di  te  , Erizìa , oh  Dio  ! che  farà  mai  ? 

11  tuo  mifero  flato  oh  come  io  piango! 

Ma  trattenermi  qui  più  non  pofs’  io  . 
Poiché  cagion  di  qualche  grave  affanno. 
Benché  innocente,  a me  faria  1’  indugio. 
Con  sì  fpierato , e sì  crudel  Signore  , 

Tutti  fìamo  in  periglio*  e vuol  narrra, 
Ch’ogni  faggio  Nocchier  drizzi  il  timone, 
Siccome  il  vento  fpira,  e folchi  il  Mare  , 

Fine  delP  Atto  Quarto , 

C 6 


AT- 


"44 


ATTO  QUINTO. 

SCENA  PRIMA. 

Sì  fk  apparire  il  Carèm  ovvero  Appartamento 
fornito  di  Soffà, 

, e Fatima  con  Jeguito  di  Schiave  . 

^ìf.  T^Ovrò  dunque  ubbidir  la  nuova  Spofa 
_i  V Io  che  del  gran  Sultan  la  pili  diletta 
Era  pocanzi,  e che  ogni  donna  pronta 
Sì  nel  Serraglio  , e fuori  a me  inchina  ? 
Che  fola  io  fon  di  quello  fuolo  il  lume? 
Fatima  non  fia  ver.  Ora  la  fronte 
Chinar  non  voglio  a una  fuperba  Donna , 
Schiava,  vile,  orgogliofa  , ed  infedele. 

Fat.  Il  noftro  Orientai  almo  coftume  , 

Certo  non  vuol  che  ad  altre  donne  mài 
Il  luogo  nel  Soff^  ceder  tu  devi 
Sinché  te  fola  il  gran  Sultan  defia  ; 

Ma  qualor  fon  palefi  i fuoi  voleri  , 

Si  dee  chinar  al  fuo  piacer  il  capo  . 

Oh  quante  volte  io  viddi  a’ giorni  miei 
Qui  nel  Carèm  chi’l  primo  luogo  avea , 
Non  curate  palTar  al  fello , e al  nono  ! 

Dal  piacer  del  Sultan  tutto  dipende  . 

E'  ver  che  a lui  piace  la  Schiava  affai  ^ 

Ma  fo  che  l’ amor  fuo  coflei  non  cura . 

Aif.  Quel  che  ricufa  il  felfo  imbelle , e accorto;, 
Ben  fpelTo  col  fuo  cor  brama , e delia . 
Donne  tutte  noi  Camo;  e delle  donne 
L’ arti  tutte  fapiam , pare  che  in  noi 


II 


Q U ì M T o . 


43 


Il  finger  , T ingannar  Tempre  s’ annidi . 

Taf.  Ma  pollo  ancor^  che  in  quello  dì  le  nozze 
Deggian  feguir , benché  lo  creda  in  vano  * 
Credi  forfè  che  ognor  del  gran  Sultano 
Fia  per  la  nuova  Schiava  il  cor  collante? 

S’ inganna  sì , fe  la  tua  mente  il  crede  . 
Ama  ciò  che  non  ha  1’  alma  talora  ; 

Ma  quando  è in  fuo  poter  ciò,  che  delia. 
Più  non  lo  cura  ; anzi  lo  fprezza  , e abborre. 
Jlif.  E’  tutto  ver.  Dunque  foffrir  degg’io 

Che,  mentre  il  gran  Signor  per  quella  ingrata 
Arder  nel  fen  fi  fcntirà  d’amore. 

Come  r altre  farò  donne  foggetta 
Del  baffo  vulgo,  non  curata,  e vile? 

Per  il  noRro  ti  giuro  almo  Profeta 

Ch’  una  Circaffa , un’  alma  forte , e invitta. 

Un  tal  non  foffrirà  torto  giammai, 

E di  veder  piuttoRo  innanzi  agli  occhj 
Spettacolo  sì  orrendo , e sì  crudele  • 
Immergerò  nel  fen  della  rea  Schiava  , 

Indi  nel  mio , queRo  ganzar  che  porto  . 

Tat.  Circaffa  fono  anch’io*  nè  tanto  ancora 
Dal  furor  mi  vedeRi  unqua  acciecata . 

Aif.  QueRo  provien  dalla  tua  vecchia  etade; 

Che  quali  fpento  ha  in  te  tutto  il  calore . 
Fat.  Ma  fe  ho  imbiancato  il  crin,  curvato  il  capo. 
Non  creder  già , che  non  mi  Tenta  anch’  io 
Scintillare  talor  d’ ira  , e d’ amore  . 

Soffrir  non  fol , diflimular  conviene . 

Se  in  queRo  giorno  al  ^ran  Signor  ti  fcuopri. 
Incontrar  tu  non  puoi  che  affanni , e penne. 
Infelice  è colei , che  a ognun  palefa 
Tutti  i penfier  che  va  volgendo  in  mente* 
Onde  gli  anni  paffando , i giorni , e 1’  ore 

Col 


i 


4*5 


Atto 


Col  deludere  l’ arte  alfiern  coll’  arte  ^ 

Si  fecondi  mai  Tempre  il  genio  altrui . 

SCENA  IL 

Meemet , e Dette  . 

Rizia  ov’è?  ^ff.  Là  , dove  la  lafciallu 
ìsfieem.xlà  quella.  Stanza  a me  torto  fi  guidi  (a). 

E che  la  nuova  a voi  Schiava  ne  dlfie  ? 
Jlif.  Anzi  la  Spola  tua  dir  ne  dovrerti  . 

Meem.  E tale  oggi  farà  purch’  ella  voglia . 

Mf.  Vorrà,  vorrà,  benché  ritro fa  il  nieghi. 
Fat.  Oh  qual  innerto  mai  non  più  veduto 
Ancora  il  tuo  farà  col  fuo  bel  core  ! 

( Bifogna  andar  Tempre  fecondo  il  vento.) 
Meem.  Allora  fbl  farò  contento  appieno  . 

SCENA  III. 

Frìgia , e Detti . 

Erii(.  I^Arla,  che  vuoi , non  mhntendefti  ancora  ? 
J7  II  tuo  infame  vedrà  sfrenato  ardire 
Come  fra  poco  foddisfare  io  voglia. 
j^if.  Odi  quai  fenfi  altier  fciolge  cortei  (b). 
Fat.  Che  1’  Adria  ancor  nel  femminile  feffb 
Sì  gran  coraggio , i’  non  credeva  mai  , 

E cotanto  inlonderte  almo  valore  , 

Meem.  Se  fovente  il  mio  cor  ti  cerca,  e brama, 
Quello  è fegno  d’amor:  di  quell’ am  ore 
Che  nel  mio  feno  il  tup  bel  volto  accefe  . 
Aif.  Se  ti  fovvien  , lo  flefib  a me  dicerti 

Qua- 

(a  ) Parie  ma  Schiava.  (b)  ^ Fatima. 


Quinto. 


47 


Qualor  la  prima  volta  in  me  fiffafti 
Lo  fguardo  tuo.  Perciò  non  ti  credei. 

Ed  ora  con  piacer  chiaro  difeuopro 
Quanto  il  tuo  amor  ne  fofie  finto  allora. 
Fat.  Cara  Aiffè  , per  pietade  io  ti  {'congiuro 
Poni  a quefto  tuo  ardire  un  qualche  freno. 
^if.  Qualunque  agl’  anni  miei  freno  difdice, 

E un  rilToluto  cor  quefto  non  paté  . 

Meem.  S’  ei  flato  foffe  tal  com’  or  tu  penfi  * 

Fra  r altre  del  Carèm  donne  diftinte 
Scelta  giammai  per  Spola  i’non  t’avrei. 
Canoiando  oggetto  l’Uom,  non  cangia  amore: 

O o D ' O 3 

Di  cui  fempre  è fedei,  femore  è coftante. 
Or  taci  alftn  . Teco  gracchiar  non  voglio. 
Tu  fola  Erizia  mia  , tu  fola  lei 
Quella  che  farmi  può  felici  i giorni . 
Andiam  dunque  ti  priego,  andiamo,  o qara 
Là  dove  la  gran  pompa  ora  ci  attende 
•Per  fefteggiar  le  defiate  nozze  . 

Ed  oh  quanto  piacer  oggi  ne  fente 
Nel  mirarti  mia  Spofa  , e fua  Regina 
Tutto  col  noftro  Impero  il  Mondo  ancora  ! 

Se  quefto  il  Mondo  oggi  vedefte  , oh  Dio! 
Orribile  , crudel , calo  funefto  , 

Direbbe , e con  ragion , che  degna  io  fono 
D’ogni  pili  infame  fuo  vile  difpregio. 

Erizia  io  fon , e fon  dell’  Adria  figlia  . 

Fat.  . Mi  dice  il  cor  , che  dei  Sultan  tu  fola 
Il  più  gradito  oggetto  ancor  farai,  (a) 

Jtf.  Già  nel  mio  fen  par  che  refpiri  il  Core. 
Meem.  Se  Erizia  fei , fe  fei  dell’  Adria  figlia, 
Nulla  di  ciò  mi  cal , nulla  ci  penfo . 

E che  dunque  vuoi  dir  ? rifolvi  ingrata . 

O che 


( a ) ad  Aiffè , 


Atto 


_4« 

O che  Spofo  mi  vuoi , e fei  Regina  • 

O che  inimico , e allor  perdi  la  vita  . 

Teco  finora  in  dolci  accenti  io  fciolfi 
Tutti  pieni  d’ amor  la  lingua  , e il  core. 
Ritorna  tofto  alle  affegnate  Stanze  , 

E là  penfa , e ripenfa  al  tuo  deftino . 

Meco  farai  un’  altra  volta  ancora . 

E quella  del  tuo  ardir  1’  ultima  fia . 

Voi  altre  pure  al  quarto  voftro  andate. 

( Un  fol  momento  ancor  coftei  fi  foffra . ) 

SCENA  IV. 

Erì-^ia  , Aijsiy  e Fatima. 

Eri^.  Ql  sfoghi  pur  contro  di  me  coftui . 

^ E ch’altro  mi  può  dar  fe  non  la  morte? 
Quella  brama  il  mio  cor  • fol  quella  attendo. 
Qual  vilfi  ognor,  tal  vuol  ragion  che  muoja. 
No  non  fia  mai  cofa  che  polla  ad  una 
Lieta  pareggiar  morte  gloriola  . 

./f//.  D’  un  ellremo  piacer  fcorrer  mi  fento 
Per  ogni  fibra  , e per  le  vene  il  fangue . 
Già  morirà  collei  • Io  fon  contenta. 

Fat.  Tel  dilfi  pur,  che  con  pazienza,  ed  arte 
Tutto  fi  ottien.  Il  fangue  ancor  ti  ferve. 
E quella  è la  cagion  che  tu  non  vedi 
Quel  che  a me  fa  veder  la  vecchia  etade. 
Sebben  degli  anni  il  grave  pefo  io  fento. 
Credi  forfè  che  anch’  io  piacer  non  abbia , 
Che  in  me  pure  talora  il  gran  Sultano 
FilTando  il  guardo  fuo  d’ amor  mi  parli? 
Quanto  biancheggia  più  fui  capo  il  crine , 
Tanto  crefce  il  defio  ; ma  il  poter  manca  . 

Or. 


49 


Q_  U r N T ò . 

Orsli  dunque . partiam  : che  il  gran  Signore 
Di  ritirarci  impofe,  e nelle  noftre 
Stanze  di  quefta  udrefxio  altera  Schiava 
Quale  il  deftino  fuo  fine  prefcriffe . 
jfìf.  Andiamo  pur.F^J.Più  non  shnduggi^andiamo* 

SCENA  V. 

lètaim  con  Gìannif^^eri  ^ uno  de  quali  porta  in  un 
\ Bacile  il  Capo  di  coperto  di  Zendado. 

ECfco  ornai  giunto  Erìzio  al  colpo  efiremo. 
Cui  'Con  tanto  valor  fommife  il  capo  , 

I'  Che  ognun  dallo  ftupor  vinto  rimafe» 

Ahi  quali  fon  de’  miferi  mortali 
Le  innafpettate  orribili  vicende  ! 

SCENA  V, 

Meemet , e Detto  . 

1 

IJ^Ompifti  il  cenno  mìo?  Dr.Eccoquì  pronto 
Coperto  nei  bacii  di  Erìzio  il  capo. 
Meem.  Voglio  anche  morto  ora  veder  coftui.  (a) 
E'  quello  il  fin  di  chi  fuperbo  , e ardito 

IAlf  Ottoman  s’oppone  aimo  valore. 

Dimmi , qualor  li  prefentafti  al  petto 
L'acuto  ferreo, e ben  degno  ftrumento 
Di  quefto  ingrato  , ed  infedel  mio  Schiavo* 
In  quali  accenti  mai  fcioìfe  la  lingua? 

J[&r.  Invocò  pria  il  gran  Rettor  del  Mondo* 

E pofcia  a quanti  furo  a lui  d’intorno. 

Se  vive  5 dille  , mia  Figliuola  Eriiia  , 

Dei 


(a)  Si  /copre  il  Badie. 


Atto 


50 

Del  che  teme  il  mio  amor,  prego  eh’ ognuno 
La  fottragga  ai  fuo  duol , morte  le  dia . 

E Torme  mie  feguendo  , ella  fen  venga 
Pel  camiti  della  gloria  , e della  pace  . 
Meem„  Crede  coftui  che  morti  ancor  dovranno 
Aver  gli  Uomini  altrove  o premio,  opcna. 
Quello  è un  penfar  di  mente  fciocca , e vile, 
Ibr^  ( Ahi  barbari , fpietati , atroci  fenfi  ! ) 
Meem,  Dunque  morta  egli  vuol  oggi  fua  Figlia! 
Il  fuo  defir  foddisferò  ben  prefto. 

A un  qualche  Eunuco  quel  Bacii  fi  dia", 

E nelle  Stanze  mie  egli  m’  attenda  . (a) 
Intanto  ora  ad  Erizia  a far  men  vado 
Del  tenero  amor  mio  T ultima  prova  , 

SCENA  VII. 

Ibralm  . 

PArmì  già  di  veder  quell’alma  invitta 
Soggiacere  collante  al  colpo  orrendo. 

E che  pofeia  diranno  e Silvia , e Lucio 
Qualor  la  rea  n’  udran  nuova  fatale  ? 

Ornai  quella  fapran  del  prode  Erizio  . 
Poiché  tollo.ad  ognun  già  fi  palefa 
Qualunque  del  Sultano  opra  malvagia. 
Miferi  ! ahi  quanto  io  vi  compiango  tutti  ! 
Aflìlletemi  oh  Numi  ! E giacché  fono 
Nel  procellofo  mar,  non  fate  ch’io 
Del  vollro  almo  poter  giammai  difperi , 


SCE- 

( a ) Sì  preferita  ad  un  Eunuco  it  Bacìi , e parte . 

^ « 


Quinto, 


5t' 


s cena  vili. 

Si  fa  apparire  il  Garèm . 

Meemet  con.  un  "Eunuco  che  porta  il  Bacile ,, 
indi  Eri^a  . 

QU'i  fui  Soffà  qiiefìo  bacii  fia  porto  . 

Si  chiami  Erizia,e  a me  torto  ne  venga. (a) 
Corone  le  promifi  , e Scettri  , e Regni  ; 

A lei  facrificato  avea  il  mio  core, 

eh’  era  il  maggior  di  tutti  gli  altri  doni  ; 

E ognor  piu  ingrata  è verbo  me  cortei  ? 
Forle  il  bacii  le  cangierà  il  penfiero . 

EriX:  Quefta  dunque  farà  1’  ultima  volta  , 

Che  tu  c hiamar  mi  fai  • onde  ti  dica 
Ciò  che  penfai , ciò  che  di  far  rifolfi  ? 
Quefto  ti  dirti  è ver  : Ora  ti  fpiega  . 
Eriz.  Qual  mi  fpiegai  finor , fon  tale  anco  ra  . 
Meem.  E)unque  da  me  morte  tu  vuoi  fuperfaa  ? 
Sì,  venga  pur;  fe  morte  fi  può.  dire 
Paflar  lieti  da  quefta  a miglior  vita , 

J^eem.  E qualor  le  mie  man  nei  fangue  immerfe 
A te  n’  avrò  ; credi  tu  forfè  , infida  , 

Che  alcun  dolor  ne  fentirà  il  mio  core  ? 

Se  lo  credi  , t’  inganni  ; e fciocca  fei . 

Mira  ciò  , che  pocanzi  , e con  piacere 
pi  cui  maggior  altro  non  ebbi  ancora  , 
Impofi  al  mio  Vifir,  e ciò,  che  fece,  (b) 
Er/!^.  Che  veggio  aimè  ! del  Genitore  il  capo  ? 
Ahi  fpettacolo  orrendo  ! ahi  cruda  forte  I 
Mancar  mi  fento  ...  Mi  fi  agghiaccia  il  core ... 

Soc- 

( a ) Parte  /’  Eunuco  -*  ( b ) .y/  fcuopre  il  Bacii , 


Atto 


Soccorfo...  ajuto ...  Oh  Cicl  ! più  non  refluo,  (a) 
Meem.  Svegliati,  ingrata  , or  cangierai penfiero.(b) 
E in  qual  ptirte  ora  fon  ? Sogno,  o vaneggio? 
Ahi  caro  Genitor  ....  Sogni,  e deliri  (c) 
Eh  no  quelli  non  fon  , nulla  pavento  . 

Ahi  ! barbaro  , crudel , fiero , inumano  ! 

Forfè  eh’  io  ti  compiaccia  or  crederai  ? 

Che  per  timor  il  genio  tuo  fecondi  ? 

Anzi  nel  feno  mio  niaggior  coraggio 
Un  si  chiaro  m’imprime  illuftre  efempiò  . 
Ecco  tutto  avverarfi  in  quello  giorno 
Ciò  , che  pocanzi  a me  l’ alma  predilTe  . 
Lucio  ove  fei  ? E dove  Silvia , Eurifo  ? 
Tutti  venite  ad  ifpecchiarvi  come 
Del  genitor  l’ orme  ne  fegua  anch’  io . 
Meem.  Se  paga  ancor  non  fei  veggendo  Erizio; 
Ti  giuro  sì,  fe  al  mio  voler  non  chini 
Or  pronta  il  capo,  e il  mio  piacer  fecondi* 
Il  fio  nè  pagherai  tu  ftelfa  ancora  . 

Erìx;  Eccoti  pronto  il  capo;  e lopra  lui 
Ne  piombi  tutto  il  tuo  crudel  furore  . 
Meem.  Di  tante  tue  ripulfe  ornai  fon  fianco; 

E poiché  tanto  orgoglio  , e tanto  avelli 
Ardir  di  opporre  il  tuo  al  mio  volere. 
Quello  ne  fia  il  guiderdon  tuo  pari . (d) 

Olà,  fi  porti  al  mar  quello  vii  corpo 
Di  cui  ne  faccian  lauta  menfa  i pefei.  (e) 
Così  compia  i fuoi  dì  chi  altiera  tanto  i 
Volle  mai  fempre  ricufarmi  amore , 

SCÉ- 

(a)  Cade  fui  Sojfd . 

( b ) Preferita  alle  ì^arìci  del  Mufehio  , 

( c ) Sì  alza  infuriata  . 

( d ) L’ atterra  con  un  colpo  di  ^ciahìa . 

( e ) 5"/  prende  il  Cadavere , 


Q U I N T O . 


s? 


SCENA  IX. 

ìbraim  . 

PAr  che  mi  dica  alcun,che  ornai  il  Sultano 
Abbia  a Erizia  fcagliato  il  colpo  orrendo» 
Or  che  li  refta  più  ? efler  potria 
Che  contro  Lucio,  contro  Silvia,  e Eurifo 
Altra  crudel  ne  faccia  afpra  ve;ndetra . 

E quando  mai  verrà  quel  di  felice  , 

In  cui  fi  vegga  il  fin  di  tanti  guai? 

Deh  per  pietà , voi  che  reggete  il  Cielo 
Toglietemi  la  vita,  e lieto  io  moja , 

Anzi  che  orrende,  e maggior  ftraggi  io  miri» 
Ma  forfè ...  E chi  sà  ancor,  che  il  gran  Sultano 
La  Virfude  veggendo  alma  di  Erizia  , 

Non  fi  muovi  a pietà  , benché  ciò  fia 
Contrario  al  naturai  fuo  fier  coftume  ? 

Il  non  vederlo  in  quefta  parte  ancora  , 

Mi  fa  fperar  quel  , che  il  penfier  mi  detta . 

SCENA  X. 

Ofman  , e Detto . 

Ofm.  T^Atal  nuova,o  Signor.Br.Dimmiche  avven- 
Ofm.  X Eftinta  dal  Sultano  Erizia  al  fuolo  ( ne. 
Improvvifo  mi  chiama  ; e ’l  colpo  orrendo 
Mentre  mi  narra  , ecco  egli  ftelTo  cade 
Piombando  fui  SofFà , nè  più  parola 
Gli  efce  di  bocca,  e fpira  l’alma  altrove. 
Ibr.  Santo  Nume  del  Cieli  Oh  quali , e quante 
Cofe  fentir  degg’  io  oggi  inaudite  ! 

Fu 


54 A T T Ò 

Fu  fupremo  caftigo  . Imputi!  mai 
Reftan  per  quanto  dilungar  fi  ponno 
L’  opre  nefande  . Avreni  miglior  delfino  . 
Guidami  intanto  Eurifo  , Lucio  ^ e Silvia . (a) 

SCENA  X L 

Ibraim . 

Ibr.  /^Ompiute  fono  ornai  1’ afpre  vicende. 

^ j Chi  fiede  al  Trono,  ognor  fida  ^ e collante 
Abbia  Ragion.  Al  genio ^ ed  al  collurne 
De’  Popol  non  fi  opponga  i Ognuno  al  bene 
Già  tende  per  naturai  Arti,  Commercio  ^ 
Scienze,  e premj  fon  d’ ogni  Governo 
Fonti  da  cui  Felicità  dipende  i 
Mifero  è quel  che  non  1 intende  , o fprezza. 
Il  mio  Sultano  altro  piacer  non  ebbe 
Che  d’  uman  fangue  fatollarfi  j e ’l  vallo 
Impero  dilatar.  Ma  a che  Cittadij 
Selvaggi  incolti  Regni , ampie  Provincie 
Prive  di  gente , e fol  di  fiere  ingombre  ^ 

SCENA  XII. 

Gfman , Lucio  , Silvia  , 'Eurifo  j e Detto . 

Ofm.  fJ.'^Cco  qui  pronti  a’ cenni  tuoi  gli  Schiavi^ 
^ Intera  libertade  ora  a voi  dono  ; 

E andate  ovunque  il  vollro  cor  defia . 

Eur.  ( Queflo  è quel  che  finor  Tempre  bramai . ) 
Silv.  ( Oh  momento  felice,  e fortunato!  ) 

Lue.  Ma  poiché  a noi , Signor,  quello  concedi 
Del  bell’  animo  tuo  pegno  gradito , 
eh’ una  grazia  ti  chiegga  ancor  permetti. 

Ibr. 


^ a ) Ofrttan  parte , 


Quinto. 


55 


ìbr.  Parla,  che  vuoi?  Da  me  tutto  otterrai. 
Lue.  Giacché  Erizio  foggiàcque  al  rio  Tiranno» 
Lafcia  ch’Erizia  sì,  v^tìga  con  noi  . 

Ibr.  Qiiefta  non  può  venir . La  eftinfe  al  fuolc 
Con  un  colpo  di  Sciabla  il  fier  nimico; 

E quello  pur  d’alto  voler  fupremo 
Mentre  ad  Ofman  narrava  il  fatto  atroce , 
Improvvifo  fpirò  l’alma  agitata. 

Lue.  Aimè  : che  fento  ! Erizia  ...  Erizia  è morta? 
Pace  più  non  avrò  . Che  far  degg’io? 

Ahi , qual  nuovo  dolor , Eurifo  , Silvia  , 
Tutto  lo  fpirto  in  fen  m’  agita  , e ingombrai 
E«r.  Quanto  fpiacer  ne  fenta  anch’  io  non  poflb 
Colla  voce  fpiegar . Ma  non  s’ induggi 
Più  il  partir  nollro  ; e quello  a ognuno  Ila 
Fra  tanti  guai  d’ alcun  conforto  almeno. 
Stl*u.  Chi  detto  avria  che  un’alma  grande, e illullre 
Schiava  perir  tra  quelle  man  dovelfe  ? 
Ritorniamo  fra’  nollri*  e con  llupore 
Oda  ciafeun  lo  Urano  alto  prodigio . 

Lue.  Povera  Erizia  ! Oh  quanto  io  ti  compiango. 
Per  te  fola  qui  venni  à compier  quelle 
Da  noi  cotanto  defiate  Nozze; 

Ed  ora  fenza  te  partir  degg’  io  ? ^ 

Ahi  fallaci  lufinghe  ! ahi  mie  fperanze! 

Grati  Signor  ti  fiamo  : e ovUnque  andremo 
Efaltando  il  tuo  Cor , conte  e palefi 
Farem  di  quello  dì  l’afpre  vicende. 

Onde  ciafeuno  apprenda  e lieto  ammiri 
Il  coraggio , e ’l  valor  de’  veri  Eroi  ; 

E ammiri  pure  il  gran  poter  di  quello 
Che  giullo  regge , e da  cui  pende  il  tutto  . 


FINE. 


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